Sicilia, Politica

Regione, precari lavorati per non pagare

Il caso di oltre 300 ex Lsu, retribuiti da quattro anni ma che non hanno un impiego effettivo

PALERMO. «L’ultima volta che sono andata a lavorare è stata nelle vacanze di Natale del 2005. Dal primo gennaio del 2006 non lavoro. Ma prendo regolarmente 530 euro al mese nell’attesa che, come spero, la Regione mi trovi un ente che mi impieghi»: Marina Lo Bue è una degli oltre 300 ex Lsu che in tutta la Sicilia da quattro anni la Regione paga pur non facendoli lavorare. La sua categoria si chiama «331» perché sono i figli di una circolare emanata nel ’99 che aveva questo numero di protocollo. Intorno a questi precari è nato perfino un sindacato e sono state emanate almeno due leggi. L’ultima potrebbe essere presentata all’Ars stamani, quando in commissione Lavoro si discuterà la norma che stabilizza le categorie di precari escluse dalla Finanziaria e Marianna Caronia (Udc) presenterà un emendamento anche per loro. Loro, i «331», costano alla Regione 6.500 euro ciascuno all’anno. Cioè circa un milione e 950 mila euro. Ricevono ogni mese con regolarità a casa l’assegno di disoccupazione che viene materialmente erogato dall’Inps ma che è finanziato dalla Regione attraverso il fondo per il precariato, come ha spiegato il dirigente dell’Agenzia per l’Impiego Rino Lo Nigro. La storia di Marina Lo Bue è la stessa degli altri 300 colleghi disoccupati ma retribuiti: «Sono entrata in una coop nel ’97, diventata Lsu nel ’99 ed entrata all’Arcidiocesi di Palermo nel 2001». Nel frattempo la Regione aveva varato, nel 2000, una legge che per la prima volta parlava di stabilizzazioni. Questo personale - all’inizio erano 6.500 precari - è stato assegnato sia a Comuni e Province che ad enti no profit e associazioni varie che avrebbero potuto col tempo assumerli stabilmente.  «Ma - spiega Francesco Taormina, del sindacato Alba che è nato proprio in quegli anni - gli enti locali hanno fatto i piani. Parrocchie e associazioni varie non avevano i soldi e così hanno tenuto il personale solo finchè hanno potuto». Si arriva così al 2004: la Finanziaria regionale prevede una fase transitoria per tutto quel personale che ha lavorato in enti che non hanno avviato la stabilizzazione. A quel punto i «331» si sono divisi in due sottocategorie: «Ci sono i ”331 con l’ente” e i ”331 senza ente” - ha spiegato Marina Lo Bue - e io faccio parte della seconda categoria». «La Regione - ha aggiunto Taormina - doveva trovare enti che chiamassero le persone rimaste senza impiego oppure doveva realizzare essa stessa progetti in cui impiegarli nell’attesa veniva garantito il sussidio». La fase transitoria è ancora in corso. «Da quando non lavoro più all’Arcidiocesi - ha concluso Marina Lo Bue - ricevo regolarmente i 530 euro di sussidio. Da questo punto di vista è come se lavorassi ancora 20 ore a settimana senza contributi. Ho 35 anni, due figli, e voglio lavorare. Gli altri Lsu trovano spazio. A noi invece non viene proposto nulla». Lo Nigro ha spiegato che l’Agenzia ha predisposto un progetto che prevede di assegnare quote di riserva per questo personale in ogni bando che permetta investimenti con i fondi europei: «Ma il progetto non è ancora stato approvato dalla giunta. In ogni caso, impiegarli costerebbe di più degli attuali 2 milioni perchè bisognerebbe formarli e poi garantire uno stipendio maggiore. E la Regione non ha questi soldi nè può obbligare gli enti locali a farsi carico di queste persone. L’unica cosa che la Regione può fare, come prevede la Costituzione, è garantire un sussidio». Ma per Maurizio Bongiovanni, altro sindacalista Alba, «la cosa più assurda è che ci sono società regionali ed enti che continuano a chiamare nuovo personale attraverso le agenzie interinali. Eppure ci sono già i ”331” pagati e dimenticati».

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