Per l'Euro una domenica di passione

Oggi 9 maggio 2010 a Bruxelles si scriverà la storia. Il vertice straordinario dei capi di stato e di governo della Ue deciderà le sorti dell'euro e, in definitiva, dell'intero processo di integrazione europeo. Da questa riunione dovrà uscire una strategia credibile in vista della riapertura dei mercati di lunedì. Di fronte ad una risposta forte sarà possibile fermare lo tsunami provocato dalla crisi greca. Altrimenti si aprirà una fase di instabilità dagli esiti assai incerti. L'euro è la moneta che tutti quanti teniamo in tasca. Il suo naufragio avrebbe effetti pesanti sui nostri patrimoni personali. Sui nostri risparmi, sul nostro lavoro, sul nostro futuro. Che la situazione sia grave lo testimoniano le parole di Jean Claude Trichet. Non c'è proprio da stare allegri se anche una personalità come il Governatore della Bce dice che ci troviamo di fronte ad una "crisi sistemica".  I termini del problema sono molto semplici: il sostanziale fallimento della Grecia è come un virus che sta infettando l'Europa. L'epidemia, partita da Atene, potrebbe trasmettersi rapidamente a Madrid, Lisbona e Dublino. A quel punto non saremmo al sicuro neanche noi italiani viste le dimensioni del debito pubblico. Né sarebbe possibile alla sola Germania di farsi carico del debito dei partner europei. Non ne avrebbe la forza e, certamente, nemmeno la volontà. In questo momento l'euro appare come una immensa zattera adatta a solcare acque tranquille. Incapace però di affrontare le tempeste. Il vertice di oggi servirà a questo scopo: attrezzare l'imbarcazione per affrontare i marosi della grande speculazione internazionale. Teoricamente l'impresa non è impossibile. L'Europa, nel suo insieme, rappresenta la più forte economia del mondo. Se si muovesse in maniera coordinata potrebbe facilmente domare qualunque speculazione. Un blocco di marmo capace di fermare ogni attacco. Questo nella teoria. Nella pratica è la somma di realtà molto diverse fra di loro: dare la stessa moneta alla Germania e alla Grecia mantenendo le diverse sovranità nazionali è stato un azzardo. Una grandiosa utopia. Non è un caso che la storia non offra precedenti. Tutti i tentativi di unione monetaria sono falliti se non imposti dalla forza della spada. L'Europa ha tentato uno scommessa grandiosa: mettere la moneta come fondamento dell'unione politica. Poteva anche funzionare. Purtroppo la crisi economica ha colto il processo ancora in fase di definizione. E adesso? Adesso c'è sul campo il maxi-prestito da 110 miliardi che Bruxelles e Fondo monetario sono pronti a erogare per consentire alla Grecia di pagare i suoi debiti. Una misura tampone cui far seguire alcune misure strutturali. La prima riguarda la Bce che dovrebbe cominciare a operare come la Federal Reserve Usa. Dovrebbe avere la possibilità di acquistare titoli pubblici emessi dagli Stati membri. In sostanza se i mercati dovessero smettere di comprare bot greci perché non si fidano toccherebbe alla Bce rilevarli. Con la garanzia di Francoforte nessuno dei membri della Ue correrebbe più il rischio di insolvenza. In secondo luogo dovrebbe essere creato un Fondo europeo per tamponare eventuali emergenze. In questa maniera la speculazione internazionale non avrebbe più spazio perché dal confronto con la Banca centrale europea uscirebbe perdente. Tutto bello sulla carta. Una sola domanda: chi paga? Soprattutto se, come in questi giorni, i sindacati greci rifiutano il piano di risanamento preparato dal governo. Il risentimento del resto d'Europa è abbastanza spiegabile: perché i cittadini dell'Unione dovrebbero fare dei sacrifici se i greci si rifiutano di mettere ordine in casa? Per salvare l'euro è la risposta. Ecco perché oggi a Bruxelles serviranno uomini politici generosi e geniali. Dovranno spiegare che l'euro è un patrimonio che deve essere salvaguardato ad ogni costo essendo un bene comune a 350 milioni di europeo. Poi ci dovrà essere tempo e modo per regolare i conti con i sindacati greci.

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