Federalismo fiscale, il silenzio in Sicilia

Il rischio reale è che mentre l’edificio scricchiola, si stia a discutere del colore delle mattonelle dei bagni. Parliamo di federalismo fiscale, una riforma - l’unica fino a questo punto andata in porto - destinata a riscrivere le regole del gioco. Alla riforma in chiave federale, mancano soltanto i decreti attuativi. Entro i primi mesi del 2011 saranno legge dello Stato. Eppure, ancora oggi, il tema appare lontano anni luce dall’opinione pubblica siciliana; né sembra trovare spazi nell’agenda politica regionale afflitta, com’è, da altri affanni. Il problema resta tuttavia incombente e i numeri in ballo fanno tremare i polsi. Per effetto del federalismo fiscale le risorse disponibili nelle singole regioni potranno variare, e di molto.
Il quanto e il come lo scopriremo già fin dai prossimi mesi con i decreti attuativi. Ma perché il federalismo fa tanta paura (nel Mezzogiorno)? Un pregevole studio della Banca d’Italia, reso pubblico nel novembre scorso, quantifica per la prima volta i numeri in ballo. Soltanto sette regioni (Piemonte, Lombardia, Friuli, Veneto, Emilia, Toscana e Lazio) avranno più risorse a disposizione. Tutte le altre ne riceveranno meno. In questo «gioco» il conto più salato lo pagherà il Mezzogiorno, con una regione portabandiera: la Sicilia. Nessun’altra regione italiana è dipendente dalle casse pubbliche, per il volume complessivo dei trasferimenti, quanto la nostra Isola.
In Sicilia, detta in termini formali, andiamo avanti grazie alla «solidarietà nazionale»; detta in termini pratici, viviamo ben al di sopra delle nostre possibilità. Ma il trauma non deriva da una verità peraltro nota; lo shock lo procura la quantificazione di questa nostra dipendenza. Ebbene ogni siciliano riceve in media servizi pubblici (sanità, istruzione, trasporti, rifiuti, acqua, etc) per poco più di dieci mila euro all’anno, mentre paga in media tasse per circa settemila. La differenza per circa cinque milioni di siciliani fa appunto quindici miliardi di euro all'anno.
È questo, grosso modo, l’ammontare dei trasferimenti che riceviamo dall’esterno. Se il federalismo fiscale dovesse mettere in discussione appena un decimo di questi trasferimenti (1,5 miliardi di euro all’anno), sarebbero dolori. E come se non bastasse, si approssima (2014) la drastica riduzione dei fondi che arrivano dall’Europa; quei «denari» per intenderci con i quali oggi in buona misura paghiamo i precari siciliani. La forte dipendenza delle regioni meridionali e in particolare della Sicilia dallo Stato è, per la parte principale, riconducibile alle inefficienze della spesa pubblica locale. Più nello specifico, il dramma siciliano risiede nella contestuale dequalità dei servizi pubblici e nel loro costo, sensibilmente più elevato. Nel fatto cioè che, nel confronto con il resto d’Italia, i siciliani ricevono servizi (sanità, istruzione, trasporti, rifiuti, acqua) decisamente scadenti e molto più onerosi. Insomma, pagare di più per avere meno.

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