L'Inghilterra dice addio ai laburisti?

Perché gli "inglesi" votano di giovedì e non, come quasi tutti gli altri europei, la domenica? Non per un obbligo costituzionale, non perché qualche ricordo di Grande Storia ve li induca. Il perché ufficiale, se mai c'è stato, è dimenticato. Resta l'abitudine e una giustificazione a posteriori: perché la gente non vada alle urne sotto un'immediata emozione, sia essa l'aver appena ricevuto la paga settimanale (accadrebbe se si votasse il venerdì) oppure gli effetti della predica, che si risentirebbero se si andasse a votare la domenica. Tali spiegazioni per aneddoto sono tipicamente britanniche e contribuiscono al perdurare della leggenda della Inimitabile Albione. Così come la proclamazione dei risultati, che non arriva da qualche ufficio centrale supercomputerizzato, bensì da un'aula, quasi sempre scolastica, in ciascuna circoscrizione, presenti i candidati locali, le schede ammucchiate a pacchetti su un tavolo, il presidente di seggio che legge da un fogliettino e proclama l'eletto. Inimitabile Britannia in cui i candidati devono lasciare un "deposito" di cinquecento sterline, che gli verrà restituito solo se avrà superato il 5 per cento dei suffragi. Altrimenti lo perde e di conseguenza si guarderà dal ricominciare a far perdere tempo agli altri con partecipazioni di fantasia al processo elettorale. Il che non impedì che negli anni Ottanta un certo David Sutch di presentarsi in ben quarantuno circoscrizioni, pagando dunque ventimilacinquecento sterline di multa. Buon senso più eccentricità: è un'altra formula per l'inimitabilità britannica.
A tali premesse il "blitz" elettorale del 2010 ha aggiunto una serie di eccentricità irripetibili, che si sono riflessi nell'altalena dei sondaggi fino alla concordia discors delle previsioni finali: i conservatori dovrebbero avere la maggioranza dei voti ma non dei seggi, i laburisti dovrebbero arrivare ultimi ma classificarsi secondi, i liberali sembrano avviati a sorprendere tutti ma a rimanere terzi. Colpa, in primo luogo, del sistema elettorale, non perché esso sia "manipolato dal Potere", ma per un accumularsi di bizzarrie storiche: i suffragi conservatori sono concentrati in aree geografiche che gli danno maggioranze schiaccianti ma col sistema uninominale un seggio è sempre un seggio, non importa se portato a casa con dieci o con diecimila voti di margine. I laburisti sono invece più equamente distribuiti in Inghilterra, Scozia e Galles e quindi avvantaggiati dal portare a casa tante piccole maggioranze. I liberali infine "pagano" ogni seggio il doppio degli avversari. Ecco perché si chiama "bipartitico" un Paese in cui operano in realtà dai tre ai sei partiti: perché c'è un "premio di maggioranza" invisibile, che contribuisce in genere a garantire stabilità e governi di legislatura.

Dopo tredici anni di potere i laburisti hanno perso popolarità e fiato colpiti contemporaneamente da tre gravi malattie politiche: il cattivo stato dell'economia causato dalla recessione del 2008, la scarsa popolarità personale di un premier competente ma privo di carisma come Gordon Brown, la pesante eredità del predecessore Tony Blair, che gli deriva essenzialmente dalla impopolarissima partecipazione britannica alla guerra in Irak. Alla "caduta" degli uni dovrebbe seguire, secondo la regola aurea del bipartitismo, una vittoria comoda per gli altri, cioè per i conservatori guidati dal brillante quarantaquattrenne David Cameron. Vittoria probabilmente sarà, ma tutto fuori che comoda. Incombe anzi la necessità di ricorrere a una soluzione così poco britannica: un governo di coalizione, giustamente percepito qui come un patto fra rivali. Se accadrà lo si dovrà all'emergere del Terzo Uomo, Nick Clegg, ancora più giovane e leader di un partito, quello liberale, che ha una storia lunga e gloriosa ma risalente al diciannovesimo secolo. È da allora che non vince, ma stavolta brilla come non mai. Nei dibattiti televisivi è emerso come il più brillante, il "soffio d'aria fresca", potrebbe arrivare al 30 per cento, una percentuale da sogno per i liberali e riportarli al potere in una coalizione o con Cameron o con Brown. Se accadrà sarà un'altra vittoria dell'eccentricità sul bipartitismo. Nei programmi, perché i liberali sono il solo partito filoeuropeo della Gran Bretagna, il solo "morbido" nei confronti degli immigrati, il solo freddino nei confronti dello storico "asse" con l'America, il solo che confessi la voglia di riportare a casa i soldati inglesi dall'Afghanistan. Outsider? Meno per le sue proposte che per la sua personalità. Nick Clegg è, in piccolo, come Barack Obama, improbabile. Come studi è archeologo e antropologo, ha studiato nel Minnesota, in Spagna e in Germania, dove ha coltivato cactus. Sciatore di vaglia, di buona famiglia, un passato di donnaiolo e un presente di ateo, sposato con la figlia di un senatore spagnolo, ha in famiglia un banchiere russo scampato alla Rivoluzione bolscevica con la zia, amante di Massimo Gorky e poi di HG Wells, una olandese nata in Indonesia . Sono solo parenti acquisiti, ma sono avi e gli avi, in Inghilterra, contano. Almeno se questa leggenda sull'Inimitabile Albione è vera quanto le altre.

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