L'autorevolezza dei magistrati voluta da Napolitano

Ormai nessuno, in buona fede, potrà accusare il capo dello Stato di non aver indicato con chiara fermezza i nodi della vita italiana, i punti dolenti della sua struttura istituzionale e del suo malessere politico. Contano poco la fazione da cui proviene e la coloritura complessa della sua formazione pubblica, pesano, oggi, l’energia con cui ha denunciato le nostre debolezze e i nostri ritardi, l’insistenza con la quale ha denunciato l’asprezza di contrapposizioni esasperate che vanno contro gli interessi generali del Paese. Ieri Giorgio Napolitano ha parlato dei rapporti giustizia-politica rivolgendosi ai magistrati tirocinanti, agli uditori giudiziari. Poche parole, pesanti come pietre. I magistrati, ha detto il presidente della Repubblica, devono recuperare autorevolezza e credibilità – che da qualche anno i sondaggi indicano in forte calo – facendo una seria autocritica, imponendosi un’autocorrezione, «rifuggendo da visioni autoreferenziali». Napolitano, che è anche presidente del Consiglio superiore della magistratura, coglie nel segno. Da più di quindici anni, da quando la scoperta ufficiale di Tangentopoli fu l’occasione non sempre limpida per la liquidazione parziale e oculata del sistema politico-rappresentativo – tutti furono macinati, tranne il Pci e forze non integrate nel sistema – l’equilibrio istituzionale è stato alterato. La tragica vicenda umana a pubblica di Bettino Craxi, tardivamente rimpianto da molti dirigenti, è esemplare. Il potere esecutivo e legislativo – bastava un avviso di garanzia per determinare malumori di piazza e conseguenti dimissioni – sono stati intimiditi e quasi posti sotto tutela dall’ordine giudiziario, non tanto dai giudici, che nella stragrande maggioranza hanno una tradizione di equilibrio e di imparzialità, ma da una fazione di pubblici ministeri. I magistrati non soltanto devono essere imparziali, m devono anche apparire tali, e invece tanti pm sono apparsi spesso politicizzati, impazienti di incidere sul sistema politico ( “rivoltare il Paese come un calzino”) e di selezionarne la classe dirigente. Potremmo citare cento episodi di inchieste avventate e tuttavia devastanti, spesso concluse da sentenze che hanno smentito in pieno le tesi accusatorie. Di fronte a questa deriva giustizialista e giacobina, la stragrande maggioranza del Paese ha reagito con una richiesta di riforma dell’ordine giudiziario e con una crescente sfiducia nell’ordine giudiziario: un’esigua minoranza, invece, ha cavalcato l’onda talebana dell’inchiesta ad ogni costo che, anche in periferia, da Aosta, a Potenza, a Catanzaro, per non citare Perugia e Palermo di Andreotti, ha dato suoi frutti inutili e marci. La riforma dell’ordine giudiziario, con la separazione delle carriere fra magistrati giudicanti e pubblici ministeri, è nell’agenda della maggioranza e del governo di centrodestra, ma c’è una parte dell’opposizione che no vuole nemmeno discutere dell’argomento. Giorgio Napolitano si augura, pur nella sua severità, una soluzione fisiologica del problema: che la riflessione autocritica e lo slancio delle nuove leve giudiziarie possano ristabilire equilibri già travolti. Gli esperti di diritto costituzionale sanno che quando un potere straripa a danno degli altri, difficilmente rientra negli argini spontaneamente. Probabilmente lo sa anche Giorgio Napolitano, che però compie il suo dovere e confida in tutti i cittadini, nella speranza che possano e sappiano fare ciò che la condizione di ciascuno richiede. Basteranno le parole chiare e la speranza? Ciascuno risponda come può e come vuole, e Antonio Di Pietro dica quel che gli pare, anche se non ci azzecca.

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