Bocchino irrita premier e sfida Cicchitto: io capogruppo

Caos nel gruppo Pdl a Montecitorio. Spaccati i finiani, Menia: “Mi candido anch'io”. E oggi il presidente della Camera torna in tv: sarà ospite di Porta a Porta

ROMA. Questioni di lana caprina. Silvio Berlusconi è irritato per l'ennesima zuffa nel Pdl, quella che investe in pieno il gruppo dei 270 deputati alla Camera. Un tutti contro tutti, con il vicapogruppo vicario Italo Bocchino che ha annunciato dimissioni condizionate all'elezione di nuovi vertici; con il capogruppo Fabrizio Cicchitto che si secca e fa sapere che se cade il presidente viene meno il vicario e non il contrario; ma soprattutto con la 'faida' che si apre tra i finiani anti-Bocchino capeggiati da Roberto Menia: e, infine, con la crepa che separa anche gli ex Fi fedeli a Cicchitto e quelli desiderosi di sostituirlo alla presidenza del gruppo.   
Un caos che disturba assai Berlusconi, reduce dal vertice italo-russo con Vladimir Putin. Il premier fa sapere di non avere alcuna intenzione di incontrare l'ex pupillo di Pinuccio Tatarella e di considerare il tutto quanto di più lontano dal suo modo di intendere la politica. E in molti scommettono che si lascerà decantare la cosa, senza redde rationem e senza sostituzioni. Il caso scoppia al mattino, dopo che il capogruppo vicario Italo Bocchino consegna di persona al capogruppo Fabrizio Cicchitto l'annunciata lettera, in cui chiede di incontrare "per un chiarimento politico" Silvio Berlusconi, pronto a formalizzare le proprie dimissioni nell'assemblea del gruppo che però dovrà eleggere i nuovi vertici. Bocchino dice anche che si candiderà a presidente dei deputati Pdl "per dare la possibilità alla minoranza di contare le proprie forze" e "conseguentemente di rivendicare gli spazi corrispondenti al suo peso". A suffragare la sua tesi, Bocchino cita il regolamento del gruppo, che a suo giudizio lega con il "simul stabunt, simul cadent" presidente e vicario.
Immediata la smentita dall'ufficio stampa del Pdl, che dopo varie consultazioni giuridiche spiega che "l'art.8 del regolamento del gruppo non lega affatto il destino del presidente e del vicepresidente vicario, a meno che ovviamente non sia il primo a dare le dimissioni dalla sua carica". Fabrizio Cicchitto stizzito fa sapere di considerare una "pazzia" la scelta di Bocchino di inasprire nuovamente i toni dello scontro, tanto più dopo la riunione di Fini con i suoi di lunedì, dove si erano scelti toni più costruttivi: gli stessi usati in queste ore dal presidente della Camera nelle sue apparizioni in tv.
Ma ad inalberarsi sono soprattutto i finiani, che ieri avevano apprezzato le assicurazione di Fini sul percorso della nuova minoranza nel perimetro del Pdl, con un fattivo contributo di idee. Roberto Menia, finiano doc e sottosegretario all'Ambiente, porta allo scoperto i malumori di diversi ex An e annuncia che se Bocchino si candiderà capogruppo lo farà anche lui. "Non so quale consenso egli pensi di avere - tracima Menia - ma non ha certo il mio né quello di molti che con lealtà seguono Fini e con altrettanta lealtà sostengono il governo Berlusconi e non si prestano al gioco delle tre carte".
I finiani si frantumano a pochi giorni dalla conta in direzione dopo la rottura tra i due co-fondatori Berlusconi e Fini. E certo non ne è contento il presidente della Camera, che ha modo così di constatare quanto il drappello che lo ha seguito sia confuso dal nuovo scenario. Ma Fini si schiera con Bocchino e a lungo si confronta con Menia nel suo studio al piano nobile di Montecitorio, ne ascolta le ragioni allargando le braccia e anche un po' lo rimprovera per le critiche che il sottosegretario, contrarissimo un tempo alla fusione di An e Fi nel Pdl, esprime rispetto a chi vuole 'strutturare' la componente minoritaria del Pdl.
Intanto Fini ha preparato una nuova costruttiva esposizione delle ragioni politiche del suo dissenso registrando un'intervista per Ballarò dopo quella con Lucia Annunziata e prima della puntata di oggi nel salotto di Bruno Vespa, a “Porta a Porta”.

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