I simboli di Palermo più forti della mafia

Erano centinaia i messaggi, i disegni, le lettere che, dal 1992, l’anno in cui la mafia uccise all’altezza di Capaci Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta, cittadini e studenti hanno lasciato sotto quello che per tutti è diventato «l’albero Falcone». Il simbolo stesso di una resistenza, della volontà di non rassegnarsi alla violenza e all’arroganza mafiosa; una testimonianza visiva che c’è una Palermo, una Sicilia, un’Italia che chiede, vuole, esige legalità e giustizia. È amaro che un luogo così caro e così importante sia stato così facilmente profanato. È vero: nessuno poteva immaginare che ci si potesse accanire in modo così odioso su dei simboli di quella che dovrebbe essere la nostra memoria collettiva. Amaro, ma - lo diciamo, se possibile, con ancor maggiore amarezza e indignazione - da mettere, purtroppo, in conto. Non è la prima che una mano vigliacca si accanisce su simboli. A volte accade per rimarcare in quel modo che si continua ad esercitare un dominio, che non si rinuncia a un controllo su persone e cose, e - per dirla con la didascalia a un dipinto di Bruno Caruso che ritrae dei mafiosi: «Voi dite quello che volete, noi continuiamo a fare quello che ci pare». Ma non bisogna cedere alla sfiducia, allo scoramento. In questi anni abbiamo visto che lo Stato ha saputo reagire, e che non è vero che i mafiosi possono fare quello che pare a loro. Via Notarbartolo non è una strada di periferia; al contrario è molto frequentata; possibile dunque che un simile oltraggio si sia consumato senza che nessuno abbia visto nulla, si sia accorto di niente? Ha dell'incredibile; e dunque non si può cacciare via, come un pensiero molesto, il sospetto che qualcuno abbia visto, e fatto finta di nulla; abbia lasciato fare per non compromettersi, per non ficcarsi, come si suol dire, nei guai. E se così fosse, sarebbe forse ancor più grave dell'episodio stesso. Conforta tuttavia che in queste ore alcuni cittadini si sono recati in via Notarbartolo per rimettere nuovi messaggi, nuovi biglietti. È la visiva dimostrazione che non tutti accettano passivamente, e che anzi, sono tanti - probabilmente più di quanti si creda - che non hanno intenzione di subire senza reagire la prepotenza e l’arroganza. Si tratti di vandali scervellati, oppure di intimidazione mafiosa, a questo punto conta relativamente, anche se abbiamo il dovere di tenere nella massima considerazione quanto dice il capo della procura Francesco Messineo: «È una sfida dovuta, probabilmente al fatto che Cosa nostra si sente per ora sotto pressione, e vuole quindi aprire nuovi fronti di scontro con lo Stato, che sul piano investigativo sta raggiungendo tanti risultati contro i boss mafiosi. È un atto di forte valenza simbolica altamente offensiva della memoria collettiva». Se è così, noi tutte persone di buona volontà abbiamo un modo molto «semplice» e concreto di rispondere a questa sfida: continuare a fare il nostro dovere, non lasciarci intimidire, e ricordare quello che lo stesso Giovanni Falcone ebbe a dire: la mafia, come tutte le cose umane, ha un inizio e avrà una fine. Possono lacerare biglietti e messaggi, possono distruggere fotografie e striscioni; quello che non possono però fare è scalfire dal nostro ricordo quello che persone come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati e il loro insegnamento; e che ci rendono orgogliosi di essere cittadini di questo paese. Soprattutto non bisogna cedere alla sfiducia, allo scoramento, come vorrebbero i mafiosi. In questi anni abbiamo visto che lo Stato ha saputo reagire, e che non è vero che i mafiosi possono fare quello che pare a loro. Quello che Falcone, Borsellino, gli altri martiri della lotta antimafia ci dicono, è che sconfiggere la mafia si può, se si vuole; e se si vuole, si deve.

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