Fiat, lo stile "americano" di lavoro sbarca a Torino

La Fiat ormai «americanizzata» lancia la sfida al governo e ai sindacati. Una novità non trascurabile che, probabilmente, spiega bene la decisione che ha preso Luca Montezemolo di lasciare la presidenza del gruppo. La famiglia Agnelli e Sergio Marchionne rinunciano a ogni mediazione rispetto al potere politico e a quello della Fiom. Da ora in avanti ognuno dovrà giocare la sua parte nel rispetto dei ruoli e delle proprie competenze. Al governo Marchionne ha fatto sapere che rinuncia agli incentivi se ottenerli significa scambiarli con la sopravvivenza di uno stabilimento in difficoltà come Termini Imerese. Non importa se questi interventi sono un aiuto a tutta l'economia e non solo all'industria dell'auto. Ancora più netto il messaggio che arriva ai sindacati: l'epoca della cogestione in fabbrica è definitivamente tramontata. Ora bisogna puntare sull'efficienza.  Machionne ha annunciato che il gruppo lancerà nei prossimi cinque anni in Europa 34 nuovi modelli a cui si aggiungeranno 17 restyling. Di questi due terzi saranno realizzati da Fiat e un terzo da Chrysler. Entro il 2014 Fiat e Chrysler arriveranno a produrre 6 milioni di auto, «il minimo richiesto per essere un global player competitivo», ha spiegato Marchionne. Con il progetto «Fabbrica Italia», il gruppo prevede di raddoppiare la produzione nel nostro Paese, portandola dalle 650.000 unità del 2009 a 1,4 milioni di auto nel 2014, oltre a 250mila veicoli commerciali. Secondo i piani presentati da Marchionne, il 65% della produzione verrà esportato, contro il 40% del 2009. Fiat si impegna anche a investire in Italia i due terzi del totale previsto di 26 miliardi di euro, oltre a 4 miliardi di spese di ricerca e sviluppo.  Per realizzare numeri tanto importanti entrano in gioco i lavoratori. «Tra gli elementi fondamentali perché il piano abbia successo il primo riguarda la flessibilità. Dobbiamo ridefinire accordi a livello sindacale che non sono più adeguati. Queste sono occasioni che capitano una volta sola nella vita», ha annunciato l'amministratore delegato della Fiat. «I sei stabilimenti italiani hanno funzionato ben al di sotto della loro capacità» ha aggiunto preannunciando «misure correttive». «Gli accordi sindacali non sono più adeguati, dobbiamo ridefinirli», ha concluso il manager italo-americano. Una autentica rivoluzione nelle relazioni industriali Fiat dove il buon rapporto con il sindacato era ritenuto l'elemento fondamentale per mantenere la pace in fabbrica Insomma, per arrivare a produrre 6 milioni di auto nel 2014, Torino chiede la piena utilizzazione degli impianti, il rigoroso contenimento del costo del lavoro, la flessibilità nella risposta ai bisogni del mercato, l'accesso a periodi temporanei di messa a riposo durante la fase di industrializzazione. Si tratta «di un nuovo modello di lavoro» basato su un impegno congiunto per il futuro. Ci vogliono almeno 4 anni per tornare ai livelli della domanda sul mercato europeo uguali al 2007. Questo significa che è necessario trovare una migliore integrazione tra Fiat e Chrysler per utilizzare al meglio le loro organizzazioni produttive e per i loro prodotti. Obiettivi ambiziosi che ognuno dovrà perseguire nella chiarezza: l'impresa facendo nuovi investimenti, il governo garantendo la certezza delle regole, il sindacato favorendo l'efficienza come strumento per garantire la sopravvivenza della fabbrica e quindi i posti di lavoro. Sembra una ricetta semplice. Per l'Italia una novità senza precedenti.

© Riproduzione riservata

* Campi obbligatori

Immagine non superiore a 5Mb (Formati permessi: JPG, JPEG, PNG)
Video non superiore a 10Mb (Formati permessi: MP4, MOV, M4V)

I più cliccati