Atomica, Obama e la soluzione che non c'è

Il segretario alla Difesa Gates ha inviato un memoriale segreto alla Casa Bianca per denunciare la mancanza di una strategia per fermare la corsa dell'Iran alla bomba atomica se la politica delle sanzioni dovesse fallire". La rivelazione del documento da parte del New York Times (sicuramente pilotata da elementi dell'amministrazione, preoccupati per l'approccio troppo soft di Obama al problema) ha rilanciato in tutta la sua virulenza il dibattito sulla necessità di fermare a ogni costo Teheran prima che acquisisca una "capacità nucleare", cioè arrivi al punto in cui avrà la capacità di assemblare un ordigno in tempi brevissimi. Il direttore del Consiglio nazionale di sicurezza, generale Jones, ha reagito sostenendo che "il fatto che non annunciamo pubblicamente l'esistenza di un piano di ricambio non significa che non l'abbiamo", ma la coincidenza con una serie di altri sviluppi preoccupanti ha rilanciato - per ora solo sulla carta - quella opzione militare che la nuova politica americana sembrava avere definitivamente escluso.
Questi sviluppi sono essenzialmente due. Primo, la confermata riluttanza della Cina, nonostante le insistenze di Obama, a dare il via libera a sanzioni veramente incisive nei confronti di Teheran. Secondo, la netta sensazione che, qualunque cosa faccia la comunità internazionale, gli ayatollah procederanno - nonostante le difficoltà tecniche che incontrano - nel loro programma di arricchimento dell'uranio e di sfida all'America; l'ultima prova è la convocazione di una conferenza internazionale in risposta al vertice sulla sicurezza nucleare voluta da Obama, in cui gli Usa sono stati denunciati come «soli criminali nucleari» e cui non hanno partecipato solo i noti sodali dell'Iran - Siria e Libano - ma anche l'Iraq e, con un profilo più basso, perfino Russia e Cina. Ma più di queste offensive verbali la Casa Bianca si preoccupa del fatto che l'I'Iran ha fornito agli Hezbollah - tramite la Siria -missili Scud con la quale i "guerriglieri di Dio" potranno colpire l'intero territorio di Israele.
La incapacità - ora denunciata anche dal Pentagono - di contenere l'aggressività iraniana rimette in discussione l'intera politica mediorientale di Obama. Questi sta premendo su Israele, provocando una seria crisi nei rapporti bilaterali, perché faccia concessioni unilaterali ai palestinesi e riavvii il processo di pace, ma in cambio ha dovuto impegnarsi con Netanyahu per neutralizzare la minaccia nucleare di Teheran, diventata la vera ossessione dello Stato ebraico. Ma se, per ammissione di autorevoli membri dell'amministrazione, gli Stati Uniti non sono in grado di fornire sotto questo rispetto alcuna garanzia, come potranno esigere da Israele anche solo la sospensione di nuove costruzioni a Gerusalemme Est? E, se non riescono a staccare la Siria dall'Iran, né a impedire il riarmo dell'Hezbollah, come potranno imporre alla stessa Israele accordi che non ne garantiscono la sicurezza? Appare sempre più chiaro che, senza la soluzione del problema iraniano, anche quella del conflitto israeliano-palestinese diventa impossibile (e non viceversa).

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