Cosa c'è dietro la minaccia terroristica ai Mondiali di calcio

È possibile, e auspicabile, che la minaccia contenuta nel sito internet «Mushtaqun Lel Jannah» (desiderio di paradiso), sia una delle tante destinate a non aver seguito. Tuttavia non può che gelare il sangue quell'auspicio: «Quanto sarebbe fantastico sentire il suono di un'esplosione nel bel mezzo della partita tra Inghilterra e Usa, vedere saltare per aria uno stadio stracolmo e contare decine, centinaia di morti. Allah volendo». Le varie intelligence e polizie tranquillizzano: non ci sarebbe un concreto pericolo. Diffondere minacce via internet è relativamente facile, e la maggior parte di queste non hanno avuto seguito. Tuttavia se il lettore guarda la carta dell'Africa capisce che sarebbe da incoscienti prendere sottogamba la minaccia. Cominciamo dal Maghreb: per quanto «pacificata» (e a che prezzo!) l'Algeria continua a essere un paese dove operano i terroristi, che possono contare su aiuti e appoggi in tutta l'area del Sahel. C'è poi il basso Egitto e il Sudan che si trovano nelle stesse condizioni. I paesi del corno d'Africa, Somalia in testa, da tempo sono base e rifugio di cellule terroristiche. C'è, insomma, un asse che collega questi paesi e si ramifica fino a Kenya e Tanzania. Eccessivo, probabilmente, parlare di network, ma si può legittimamente parlare di una filiera pulviscolare; che proprio per la sua natura magmatica è ancora più pericolosa. I servizi di sicurezza francesi, che sono ben vigili e presenti nella zona, segnalano presenze terroristiche anche nelle vicine Seychelles e nelle isole Comore, che non sono poi così lontane dal Sud Africa. Ecco dunque la partita del Mondiale Inghilterra-Usa, in programma il 12 giugno a Rustenburg, diventa un obiettivo appetibile. Ci sono del resto dei precedenti. Senza risalire alla strage di Monaco del 1972 ad opera di terroristi palestinesi, c'è il recente attentato contro il pullman dei calciatori del Togo in occasione della coppa d'Africa, da parte di militanti di al-Shabaab, i somali che dicono di ispirarsi ad al Qaeda. Il Sud Africa, del resto, è su un terreno fertile: è abitato da almeno 5 milioni di clandestini, e la cellula somala è considerata in espansione; più in generale, in Africa ci sono una quantità di movimenti e gruppuscoli vogliosi di sfruttare l'occasione Mondiali per un'azione eclatante. Anche se ostentano tranquillità, da tempo i servizi di sicurezza, compresi gli italiani, sono mobilitati, un paziente lavoro di prevenzione e decodificazione di ogni possibile «segnale». Il paradosso è nel fatto che anche se - come si auspica e spera - si resterà nel campo delle vuote minacce, i terroristi uno scopo lo raggiungono comunque: perché instillano in ciascuno di noi un'ombra di inquietudine, di paura; sconvolgono i nostri ritmi, ci costringono a mettere in discussione, in nome della sicurezza, i principi che regolano la nostra convivenza. Per non dire dei costi economici: gli apparati di sicurezza costano. Pedaggi onerosi e inevitabili, certo. Ma è amaro constatare che basta un messaggio mediatico per mettere il mondo in fibrillazione, che siamo al punto che assistere a una partita di calcio in pace sta diventando un lusso. 

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