La Lega ha fretta

Silvio Berlusconi si è spesso lamentato perché Gianfranco Fini è andato per conto suo con iniziative politiche che lo hanno di fatto scavalcato. Non può perciò accettare che il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, se ne vada quatto quatto al Quirinale portando in visione al capo dello Stato la bozza di una riforma costituzionale nemmeno discussa all'interno della maggioranza e soprattutto nemmeno mandata in visione ai presidenti delle Camere. Poiché Calderoli, al di là di qualche intemerata sopra le righe, è davvero un gentiluomo, non si può immaginare che la sua sia stata una scortesia di galateo. È stato invece un piccolo strappo politico del genere che proprio la Lega deve evitare. La memoria storica ci ricorda che il 23 dicembre 1999, qualche ora dopo la fiducia al secondo governo D'Alema, Umberto Bossi strinse all'insaputa dei suoi un patto con Berlusconi (il 'Patto di Linate', visto che fu sottoscritto sull'aereo del Cavaliere e sotto gli occhi di un incredulo Maroni) barattando il ritorno nel centrodestra con il federalismo. Sappiamo com'è andata. Per attenuare la prevista vittoria del centrodestra, alla vigilia del voto del 2001 il centrosinistra approvò con tre voti di maggioranza la revisione del titolo V della Costituzione in senso regionalista, producendo una devastante serie di conflitti tra Stato e regioni. Il centrodestra rispose con un federalismo approvato in via definitiva nel 2005 e cancellato con un colpo di spugna referendario appena un anno dopo. Dopo quell'infausto bagno costituzionale, furono gettati insieme il bambino e l'acqua sporca. Ormai è roba del passato. Adesso, con tre anni senza elezioni, c'è davvero la possibilità di ricostruire lo Stato dalle fondamenta costituzionali con una riforma largamente condivisa. La Lega è la più interessata a che questo secondo tentativo non fallisca. Non ha senso perciò stabilire primogeniture forzate. Napolitano ha reagito con freddezza alla visita di Calderoli, Berlusconi c'è rimasto male, i presidenti delle Camere peggio. A chi giova tutto questo? Se non fosse esistita la Lega, in Italia non si sarebbe parlato probabilmente mai di federalismo. Ma il giocattolo è da maneggiare con cura. La riduzione del numero dei parlamentari (da 945 a 600) è l'aspetto più facile e più popolare. La distinzione dei compiti tra la Camera e il Senato delle regioni, doverosa in astratto (finalmente morrà il bicameralismo perfetto e inutile) va chiarita fin nei dettagli per evitare nuovi pasticci. Perfino su un tema in altri tempi esplosivo come l'elezione diretta del capo dello Stato si può trovare un accordo largo. Gli ex democristiani (Udc e il poco che ne resta nel Pd) sono contrari per ragioni ideologiche. Gli ex comunisti, che la pensano allo stesso modo, in nome del pragmatismo togliattiano sembrano pronti a barattarlo con una nuova legge elettorale a doppio turno. Ora il centrodestra dovrà prima o poi rassegnarsi a far sì che i parlamentari vengano scelti dai cittadini e non nominati dalle segreterie politiche. Ma non potrà mai concedere il doppio turno se non vuole perdere le elezioni a tempo indeterminato. La storia ci insegna infatti che dinanzi a candidati che dividono la coalizione, il centrosinistra si tura il naso e va a votare compatto, mentre il centrodestra non si tura il naso e non va a votare. Il federalismo è un'automobile a quattro marce. Se non si coordinano le tre della maggioranza (Berlusconi, Fini e Bossi), la quarta (l'opposizione o comunque la gran parte di essa) non sarà mai ingranata. La Lega rivendica giustamente la primogenitura del federalismo. Ma con la sola prima marcia un'automobile non è mai andata lontano.

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