Covo di Riina, la Cassazione: "Non fu guerra fra giudici e Ros"

La Suprema Corte sulle indagini della Procura di Palermo, ai tempi in cui era retta da Giancarlo Caselli: "Frutto del dovere costituzionale del pubblico ministero"

ROMA. A Palermo, negli anni durante i quali la Procura fu retta da Giancarlo Caselli - dopo le stragi di Falcone e Borsellino - non ci fu alcuna guerra dei magistrati contro gli uomini dell'Arma e le indagini condotte sull'allora colonnello del Ros Mario Mori e su Sergio De Caprio, capitano 'Ultimo', erano frutto del "dovere costituzionale del pubblico ministero di esercitare l'azione penale contro chiunque sia", senza che ciò "significhi guerra di una istituzione contro un'altra", o per quanto possa essere "rappresentativo" il magistrato inquirente o il "carabiniere indagato" che, peraltro, di per sé è "degno di rispetto e gratitudine".
Lo sottolinea la Cassazione confermando la condanna per diffamazione e omesso controllo nei confronti del direttore del quotidiano milanese 'il Giornale' che, il sette novembre 2004, aveva pubblicato un articolo del giornalista e parlamentare Lino Iannuzzi dal titolo 'Mafia, tredici anni di scontri tra pm e carabinieri. Cosa si nasconde dietro il processo al generale Mori e al colonnello 'Ultimò per il covo di Riinà. Iannuzzi non è stato processato per l'immunità parlamentare mentre il direttore del giornale è stato ritenuto responsabile della diffamazione - nei confronti di Caselli e dell'allora pm Guido Lo Forte - anche per aver "offerto sussidio" all'articolo "con titoli ed immagini".

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