Sorpresa: Obama vola nei sondaggi

Qualcosa sta cambiando, in America. Ha cominciato a cambiare proprio nel momento in cui tutti gli esperti si trovavano d'accordo nel prevedere che l'umore nazionale, alquanto depresso, sarebbe rimasto tale per chissà quanto, con le conseguenze che si intuiscono per le fortune nazionali e per quelle personali dell'inquilino della Casa Bianca e del partito di coloro che gli sono politicamente vicini. Malinconiche considerazioni prevalevano anche subito dopo il voto che, con maggioranza striminzita, mise fine al tormentone, durato più di un anno, della riforma sanitaria americana. Obama se l'era cavata per il rotto della cuffia in Congresso ma gli americani delle strade e delle piazze erano scontenti, scettici, furibondi. Sorgevano organizzazioni militanti come il "Tea Party", quasi venti Stati su cinquanta si preparavano a proclamare una specie di "insurrezione costituzionale", a rifiutare di applicare nelle rispettive zone di sovranità la nuova legge. I sondaggi favorivano massicciamente i repubblicani per le elezioni parlamentari del prossimo novembre. E adesso, a meno di due settimane dalle sue angosce e sconfitte e imbarazzi, Barack Obama pare essere improvvisamente risorto. Al punto che un quotidiano a lui alquanto ostile come la Washington Post, gli ha regalato per Pasqua un titolo sorprendente in prima pagina in cui lo definisce "assolutamente fortunato". Negli onnipresenti sondaggi le quotazioni di Obama hanno smesso di cadere e registrano anzi un rimbalzo. I repubblicani cominciano a ripensare sulla saggezza della strategia adottata finora, quella del no totale. Lo scetticismo sulla "riforma della salute" permane ma la maggioranza dei cittadini, pur continuando a prevedere che essa non porterà che pochi benefici immediati, sembra dare più importanza, adesso, al fatto che quella riforma, lacune o no, costi eccessivi o no, era necessaria. Il Partito Democratico si è riportato almeno in pari nelle intenzioni di voto per novembre, molto più in basso del plebiscito del 2008 ma in alto quanto basta rispetto a due o tre mesi fa; tanto è vero che, in una svolta significativa anche se un po' più nascosta, per la campagna elettorale che sta per cominciare i democratici hanno raccolto finora più soldi dei repubblicani, mentre di regola accade l'opposto. È ancora presto per chiedersi perché, sarebbe ancor più prematuro prendere questi dati per buoni o addirittura definitivi. La situazione di fondo dell'America non è cambiata, soprattutto nei due "capitoli" di più frequente e agevole lettura: la politica estera e l'economia. Al di là degli oceani e soprattutto nel più vasto Medio Oriente, Obama ha raccolto ultimamente più dispiaceri che motivi di fiducia. Le relazioni con Israele non sono mai state così fredde e difficili. In Iraq si è votato un mese fa e ancora non si sa chi ha vinto, mentre risalgono le quotazioni degli integralisti sciiti che si ispirano a Sadr (quello che pochi anni fa scatenò la più sanguinosa insurrezione contro le truppe americane) e mentre danno segni di risveglio, fra i sunniti, i seguaci di Bin Laden che due anni fa erano stati spazzati via da una "rivolta tribale" che aveva consentito il pieno successo della strategia di David Petraeus. La tensione con l'Iran permane e anzi si aggrava, avvicinando lo sgradito momento in cui l'escalation diplomatico contro i progetti nucleari di Ahmadinejad dovrà tradursi in gesti più concreti. E in Afghanistan Obama ha subito qualcosa di molto simile a una umiliazione: è volato a Kabul per mettere con le spalle al muro il corrotto Karzai (il capo dello Stato voluto e sostenuto dall'America) e, appena tornato a Washington, si è sentito rimbeccare da lui su tutta la linea. Questo al di là degli oceani. In casa l'incertezza, nutrita da dati contraddittori o ambigui. Centosessantamila nuovi posti di lavoro si sono aperti in marzo, eppure la percentuale dei disoccupati è immutata. La spiegazione ottimistica è che altri centosessantamila lavoratori abbiano finalmente intravisto la possibilità di trovare qualcosa e si siano iscritti alle liste di disoccupazione. La spiegazione alternativa è che gran parte dei nuovi jobs siano provvisori e a breve scadenza, riguardando assunzioni di decine e decine di migliaia di persone incaricate di girare casa per casa tutta l'America per raccogliere i dati del censimento. Sono andati anche alla Casa Bianca, hanno presentato anche a Obama il pezzetto di carta con le domande cui rispondere mettendo delle "x" nelle apposite caselle. Una riguarda la razza. Il presidente, che è di sangue misto, avrebbe potuto fare la sua crocetta accanto a "altri". Invece l'ha fatta dove c'è scritto "nero, afroamericano o negro". Un aggettivo dimenticato in nome della "correttezza politica".

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