L'ennesimo no dell'Iran a Obama

Obama, qualcuno dice, «alza la voce» con l'Iran. Forse sarebbe meglio usare altri termini, più diplomatici anche nelle fasi di accresciuta tensione. Potremmo dire, come minimo, che il presidente americano mostra l'orologio a quello iraniano (o comunque a coloro che comandano a Teheran). Non ancora le lancette dei secondi, forse nemmeno quelle dei minuti, però gli ricorda che l'orologio fa tic tac e che il negoziato sulla futura o temuta arma nucleare degli ayatollah non cammina.
Siamo, per ora e nelle intenzioni di Obama, nella fase delle «pressioni», cui non è auspicato né per ora previsto che succeda quello delle «pressioni» militari. Siamo sostanzialmente a metà strada: anche le residue «colombe» in Occidente si vanno rendendo conto che la diplomazia delle buone parole non basta e che, fra l'altro, se essa desse l'impressione, non solo a Teheran, di un «disimpegno» degli Stati Uniti, potrebbe avere addirittura l'effetto perverso di accelerare i tempi di uno scontro, per esempio da parte di Israele, che potrebbe sentirsi con le spalle al muro e passare quindi all'attacco preventivo contro i laboratori nucleari dell'Iran e forse non soltanto quelli.
Lo Stato ebraico, va ricordato, di atomiche ne ha più d'una. L'America, d'altro canto, non è affatto convinta che l'opzione militare sia la strada giusta e cerca di prevenirla con una politica complessa fatta di moniti e di mano tese. Nessun presidente Usa ne ha offerte quanto Barack Obama, che puntava anche, o forse soprattutto, sulla propria straordinaria popolarità, nel mondo islamico; ma finora Ahmadinejad e soci hanno risposto serrando il pugno, proprio quello di cui l'uomo della Casa Bianca li aveva diffidati.
La strada da percorrere, dunque, è più che mai quella delle sanzioni economiche, se possibile «incrementandole». È esattamente il termine che il presidente Usa ha adottato nelle ultime settimane e ha ribadito in una intervista alla rete televisiva Cbs. Egli ha preso spunto dal suo ultimo successo diplomatico in proposito: quell'impegno di cooperazione della Cina senza la quale non potrebbe passare, per esempio, al Consiglio di Sicurezza dell'Onu una risoluzione che sancisca in modo davvero impegnativo l'escalation delle pressioni internazionali.
Il «sì» lungamente cercato è venuto ieri l'altro al termine di una lunga conversazione telefonica (più di un'ora) fra Obama e il presidente cinese Hu Jintao, che ha annunciato una sua prossima visita negli Stati Uniti per colloqui che avranno per oggetto, appunto, la «sicurezza nucleare».
L'incontro avverrà in giugno in occasione di una riunione del G20, che ormai ha sostituito il G8 come il più significativo «vertice» dei «ricchi della Terra». La Cina non si è mai opposta frontalmente alla politica americana, espressa anche nei documenti sottoposti al Consiglio di Sicurezza, ma si è sempre sforzata di annacquarle per guadagnare tempo e per consolidare il ruolo di Pechino come «interprete» fra Washington e Teheran e, di conseguenza, di mediatore nella misura del possibile.
Adesso i cinesi sembrano aver lasciato cadere parte delle loro obiezioni e sono disposti a discutere entrando nel merito. Se ne sono convinti, a quanto pare, anche gli iraniani: il negoziatore nucleare di Teheran, Saeed Jalili, è arrivato a Pechino per dei colloqui chiarificatori con il ministro degli Esteri Yang Jiechi. Obama ha sottolineato che qualcosa si muove su quel terreno, ha ripetuto che occorre «agire assieme per assicurare che l'Iran rispetti i suoi obblighi internazionali» e ha avvertito che l'America «non esclude nessuna opzione: continueremo a fare pressioni e valutare come gli iraniani reagiranno».
La Casa Bianca, inoltre, lascia intendere che continuerà a non considerare le ambizioni nucleari dell'Iran come un problema a parte ma terrà ben presente i collegamenti con i problemi degli Stati confinanti o vicini: non solo dunque Israele, ma l'Arabia Saudita e gli Emirati (che si sentirebbero minacciati da un Ahmadinejad con l'atomica), la Siria come possibile mediatore. Ma anche i due vicini immediati dell'Iran, dove sono in corso guerre e confronti politici: in Irak dopo le elezioni potrebbe consolidarsi la presenza iraniana, mentre in Afghanistan Teheran mantiene un ruolo ostile ai talebani, che potrebbe essere «interessante» in un momento di acuta crisi a Kabul, dopo l'apparente fallimento del viaggio lampo di Obama e la risposta negativa e polemica del presidente Karzai.
Tutta l'area in una fotografia: quella scattata a Teheran il 27 marzo, in occasione del capodanno iraniano, che vede riuniti accanto a Ahmadinejad, i presidenti dell'Afghanistan e dell'Irak più quelli del Tagikistan e del Turkmenistan.

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