Campobello, la discarica - miniera: 60 mila euro l'anno per Falsone

Il guadagno risulterebbe da alcuni fogli trovati dalla squadra mobile il 25 maggio 2008 nel covo di Palazzo Adriano

AGRIGENTO. Un manager a tutti gli effetti. Giuseppe Falsone, il numero uno di Cosa Nostra Agrigentina, guadagnava 60 mila euro l’anno dalla discarica sub comprensoriale di Campobello di Licata. Dal fatturato di circa 400 mila euro l’anno delle vasche di accumulo di rifiuti di contrada Bifara-Favarotta, «Linghi linghi» tratteneva il 15 per cento netti. I fogli, manoscritti, sono stati trovati, dagli agenti della squadra mobile, nel covo di Palazzo Adriano il 25 maggio del 2008. Allora nelle campagne al confine con Cianciana, i poliziotti di Agrigento scoprirono l’ultima residenza, un covo caldo, del super boss. All’interno, c’ erano «strane» fatture e molti fogli di contabilità. Soltanto dopo diverso tempo di studio ed analisi, gli investigatori compresero che quella era la contabilità della discarica di Campobello di Licata. Una contabilità, chiaramente, sempre in attivo per il latitante. Quando l’affare andò male Giuseppe Falsone rischiò anche di perdere 100 mila euro in un affare. Quello dell’associazione agricola “La rotonda dei pini” con sede a Canicattì che ha un’ estensione di 100 ettari. A raccontarlo è stato il collaboratore di giustizia, un tempo fedelissimo di Falsone, Giuseppe Sardino. Il pentito di Naro riferisce ai magistrati della Dda che a coinvolgere Falsone nell’affaire “Rotonda dei pini” sarebbe stato Giancarlo Buggea. L’associazione agricola che si occupa di produzione, raccolta, lavorazione e commercializzazione dei prodotti agroalimentari era in forte crisi finanziaria. Buggea, per rilevare l’azienda che si avviava verso il fallimento, avrebbe prospettato un investimento sicuro, dal quale ricavarne centinaia di migliaia di euro, al super boss. Falsone avrebbe così sborsato 100 mila euro per riqualificare ed ammodernare l’azienda. Dopo qualche mese, “Linghi linghi” non ricevendo alcun introito, avrebbe cominciato a chiedere conto e ragione di quell’investimento. La contabilità non gli venne però mai presentata. Il campobellese, allora, per tutelare i propri interessi avrebbe preteso di “piazzare” nell’impresa il suo uomo fidato Pino Gambino. Ed anche Gambino investì 100 mila euro. I guadagni però, sempre secondo i racconti di Sardino, continuavano a non arrivare e allora sia Falsone che Gambino, verosimilmente, si tirarono fuori, pretendendo ed ottenendo la restituzione del capitale investito. Le mani su Eurospin Sardino racconta, e le sue dichiarazioni hanno contribuito a far scattare l’ operazione antimafia “Apocalisse” dei carabinieri del reparto operativo con in testa il maggiore Salvo Leotta, che l’affaire Eurospin a Falsone sarebbe stato proposto da Giancarlo Buggea. Buggea, imprenditore, ritenuto da magistrati e carabinieri, uomo d’onore della famiglia mafiosa di Canicattì, sarebbe stato in affari con Alfio Aiello, noto esponente della famiglia mafiosa di Catania arrestato lo scorso 9 ottobre. Un incontro segreto fra Buggea, Gioacchino Francesco Cottitto ed Aiello, avvenuto nel 2004 in una cantina di Naro, sarebbe stato anche documentato dai militari dell’Arma. Fra il 2005 e il 2006, riferisce Sardino alla Dda, Buggea avrebbe, allora, proposto di mettere le mani sulla catena di grande distribuzione commerciale. Falsone, dopo aver chiesto, via “pizzino”, l’autorizzazione al capo dei capi Bernardo Provenzano, avrebbe indicato Pino Gambino come esclusivo referente per lo sviluppo di questo nuovo progetto. “Zio – avrebbe scritto, grosso modo, Falsone – si sono presentati questi per l’Eurospin. Credo sia una cosa interessante, indipendentemente dalla questione che ho con Matteo per Capizzi”. Da “Binnu” sarebbe arrivato l’ok.

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