Il silenzio di Google in Cina

Tutti pensavano che la "rottura" di Google con le autorità cinesi provocasse chissà quali cataclismi e ,invece, non è successo proprio nulla. Qualche protesta di Pechino e basta. Com'è noto, la società americana ha trasferito la sua sede a Hong Kong per non accettare la sistematica censura imposta dal regime. Per un po' si andrà avanti,anche se non sono da escludere interventi (informatici e di polizia) degli occhiuti funzionari del ministero dell'Informazione. In altre parole,per qualche tempo gli utenti cinesi potranno vedere notizie sulla democrazia (che non c'è), il massacro di Tienanmen, le iniziative del Dalai Lama, le violazioni sui diritti umani, la repressione tibetana e delle altre minoranze etniche e religiose (gli uighuri, i Falun Gong, i cristiani di tutte le confessioni). Il braccio di ferro di Google con la censura cinese è iniziato il 12 gennaio scorso, quando la compagnia americana ha denunciato un attacco di hacker cinesi che si proponevano di rubare indirizzi e-mail di attivisti per i diritti umani. Da allora la società Usa ha minacciato di liberalizzare i suoi motori di ricerca ,rifiutando ogni tipo di controllo di Pechino. Ora si teme che il regime,per bloccare notizie "sgradevoli",possa imporre lo stop ad ogni accesso ai servizi Google. Il mercato Internet è diventato negli ultimi anni il più vasto al mondo e nel 2013 arriverà a oltre 800 milioni di utenti . Non stupisce quindi l'irritazione di Pechino nei confronti degli Usa. Infatti, proprio pochi giorni fa il Dipartimento di Stato sui diritti umani ha pubblicato un annuario sui diritti degli esseri umani violati in 194 paesi. La Cina è stata inserita ai gradini più bassi della classifica, insieme a Corea del Nord, Myamnar,Iran, Cuba e Russia. Nell'Annuario si denuncia, ovviamente, la repressione continua di tutte le minoranze e la politica del figlio unico. Quest'ultima direttiva di governo ,nonostante la recente correzione decisa dalle autorità, è ancora in vigore in buona parte delle regioni della Cina. Del resto il mercato delle donne nordcoreane (alcune migliaia di ragazze l'anno che entrano clandestinamente in Cina) ancora esiste. Organizzazioni criminali comprano queste "schiave" e le rivendono per scopi matrimoniali a cinesi, a 6-7 mila yuan,con la complicità delle guardie di confine e di molti funzionari comunisti. Non c'è di che stupirsi, in questo grande paese asiatico "le bambine non contano" (lo dice anche lo scrittore Mo Yan,nel libro "L'uomo che allevava i gatti" (Einaudi). E, purtroppo,neppure le donne. Lo conferma anche la strage delle bambine, in corso da trent'anni, e che continua ancora oggi.

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