Il figlio di Fragalà: "Non scappo da Palermo"

Massimiliano, 33 anni, tre esami alla laurea in Giurisprudenza parla a un mese dall'uccisione del padre: "Non odio la mia città, non la sento ostile, anzi vedo che qualcosa sta cambiando"

Palermo. Sorride, un sorriso un po' tirato, ma autentico. Suo padre, il penalista Enzo Fragalà, un mese fa è stato ammazzato «come un cane in mezzo alla strada», picchiato a bastonate mentre usciva dal suo studio di fronte al Palazzo di Giustizia di Palermo. Il 23 febbraio l'agguato in via Turrisi, il 26 la morte dopo tre giorni d'agonia. Ma Massimiliano, 33 anni, «incosciente e spericolato come papà», tre esami alla laurea in Giurisprudenza, una bella casa a Mondello, non gliela vuole dar vinta. E sorride, con un sorriso che è più forte di un'arma. «Se è stata la mafia - dice - questo è un delitto che scava un solco con il passato. Finora hanno ammazzato gente compromessa o oppositori diretti come magistrati, poliziotti, imprenditori anti-racket. Questa volta se la sarebbero presa con un professionista, un messaggio pesantissimo alla borghesia palermitana, ai politici a Roma, alla società intera».
Due volte l'avvocato Fragalà, anche lui un alfiere del sorriso, era stato sfiorato dalla paura: nel 2002, quando Leoluca Bagarella e altri boss parlarono di «promesse non mantenute» rispetto al carcere duro da parte degli avvocati-parlamentari. In un elenco del Sisde finirono i nomi di sette penalisti con incarichi politici, tra cui quello di Fragalà, deputato di An sin dal 1994. Il quale però rifiutò la tutela e qualche mese dopo firmò con il collega Nino Mormino (anche lui indicato come possibile obiettivo) un emendamento che estendeva il beneficio dell'indulto ai condannati per reati di mafia, proposta che Giuseppe Ayala bollò come «salvavita».
L'altro momento in cui - racconta Massimiliano - «mio padre era più preoccupato del solito», fu quando denunciò in commissione parlamentare lo scandalo del pentito Balduccio Di Maggio, che continuava a gestire affari e ordinare omicidi. Ma Fragalà andò avanti, quasi ostentando l'agiata normalità di una vita fatta di lavoro, ma anche di viaggi all'estero, di barche, di cavalli, di chiacchiere con gli amici. «Faceva come tutti i protagonisti di queste storie - racconta il figlio - era come se non ne vedesse i rischi».
Ma anche se quell'energumeno con il casco che lo ha bastonato a sangue non fosse un killer di Cosa nostra, la mafia - secondo il figlio - c'entrerebbe comunque. «Se finora a Palermo non sono successi fatti come questo - dice - è perché c'è un'organizzazione criminale che ha assicurato una sorta di pace sociale, ha posto paletti. L'organizzazione è in crisi e questo tappo è saltato. Mio padre aveva difeso colletti bianchi, imprenditori, e anche manovalanza, se non sbaglio ventidue imputati durante il maxiprocesso, ma non aveva le spalle coperte da un boss. I boss non gradiscono che si colpisca il loro avvocato». E c'è di più: perché negli ultimi tempi Fragalà era passato a difendere anche dichiaranti e parti civili, gente che - secondo la cultura mafiosa - sta dall'altra parte della barricata. «È possibile pensare anche questo - aggiunge il figlio - che un professionista, secondo Cosa nostra, debba abbracciare una causa piuttosto che fare il suo mestiere». Ma Massimiliano non esclude un'altra pista, quella che aveva visto il padre abbracciare le nuove opportunità professionali offerte dalla legge sulle indagini difensive, cioè la possibilità data ai legali di svolgere investigazioni per proprio conto, interrogare testimoni, acquisire elementi di prova. «Aveva ristrutturato lo studio per questo, aveva anche ingaggiato un poliziotto», racconta.
Eppure, nonostante «il vuoto terribile», nonostante lo strazio di sapere che il padre si è rotto tibia e polso in un tentativo di difesa, Massimiliano disarma con l'ottimismo. Lo stesso trasmesso dalla madre e dalla sorella Marzia, che quattro giorni fa ha prestato giuramento di avvocato tra le lacrime di mezza aula, e che aveva programmato di sposarsi a giugno, in un matrimonio che il padre stava organizzando come faraonico. «Se mi sento più insicuro adesso? Se ho paura? Se voglio scappare? - dice - Ma niente affatto, io non odio Palermo, non la sento ostile, e trovo anzi che sia migliorata negli ultimi tempi. Mio padre diceva che la mafia prima che un'organizzazione criminale è una forma mentis, a me sembra che le cose siano un po' cambiate. Non è vero che nessuno ha parlato. L'assassino è stato messo in fuga dalle urla dei passanti, chi ha visto qualcosa ha descritto la scena».
Nella sua bella casa bianca e viola, piena di libri, specchio di una vita dove allo studio («non sempre costante», ammette), si sono unite le sue passioni per lo sport, le moto, i viaggi, la politica, le ambizioni da produttore cinematografico («di un film che avrebbe come regista George Clooney»), lui dice di dormire sonni tranquilli. «La vicinanza delle istituzioni, dei politici, dei colleghi di mio padre, ha aiutato la mia famiglia a superare lo choc». Eppure dalla vita Fragalà aveva avuto grandi soddisfazioni, ma anche amarezze, come la mancata candidatura alle elezioni del 2006. «Per lui la politica era servizio alla collettività, trasparenza, impegno da persona per bene - racconta il figlio - Gli dispiacque molto essere escluso dalla liste, forse da chi vedeva nel seggio in Parlamento una poltrona per gestire soldi e potere». Nel suo futuro? La laurea da avvocato, spera a settembre. E il nome del killer del padre. «Si saprà e si deve sapere, non è possibile pensare che resti impunito». E sorride. Con un sorriso di sfida.

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