Basta liti tra i Poli, è l'ora delle riforme

Com’è difficile fare i conti in questo nostro Paese. Le manifestazioni romane del Pd e del Pdl rinfocolano la guerra delle cifre. Le sinistre unite, viola e dipietristi dissero, la sera del 13 marzo, di essersi affollati in piazza del Popolo in 200 mila; sabato scorso i dirigenti del centrodestra hanno affermato di avere richiamato in piazza San Giovanni un milione di persone. Una consistente tara è doverosa: la questura dice che i sostenitori delle sinistre erano venticinquemila, mentre i marciatori del centrodestra erano 150 mila. Anche così, la soddisfazione di taluni mezzi d’informazione critici con governo e maggioranza non ha molta consistenza: il rapporto fra oppositori dell’esecutivo e filogovernativi resta pur sempre di 1 a 6.
Il senso della sfida, tuttavia, supera i numeri e le esasperazioni propagandistiche. Le due manifestazioni sono servite a sottolineare il valore politico dell’imminente prova elettorale, come dimostrano le dichiarazioni degli esponenti dei due schieramenti. Silvio Berlusconi è apparso più che soddisfatto della compattezza del gruppo dirigente dei moderati e dell’alleato di ferro Umberto Bossi. Il premier ha aperto il suo discorso col richiamo alla polemica delle liste, ma ha voluto ribadire la necessità delle riforme e la volontà di affrontarle nei prossimi tre anni. Nel suo accenno alla “rivoluzione liberale” non c’era una particolare forza polemica nei confronti dell’opposizione, come se il premier saggiasse il terreno per un confronto parlamentare costruttivo.
Assaggio che in queste ore appare caduto nel vuoto. Pierluigi Bersani è stato aspro e secco quando ha definito il Cavaliere un capopopolo e non un capo del governo e quando ha aggiunto che lo stesso capopopolo era apparso «nervoso, perché sa che l’aria tira da un’altra parte».
È evidente che gli obblighi del ruolo pesano: il leader del Pd non poteva dire altro. Ma in verità è proprio Bersani ad essere nervoso. Le sue dichiarazioni le ha fatte a Torino, dove ha partecipato a una manifestazione a sostegno del candidato democratico alla presidenza del Piemonte. È interessante notare che in Piemonte e in altre aree del centro-nord la campagna elettorale è stata impostata soprattutto su slogan anti-leghisti. Il leader del Pd, constatata la solidità dell’alleanza fra Bossi e Berlusconi, teme l’attacco del Carroccio in tutto il Nord e anche nelle regioni del centro tradizionalmente “rosse”, dove i leghisti (vedi Emilia, Umbria e Toscana) hanno già dimostrato una certa capacità di penetrazione.
Antonio Di Pietro ha ripetuto ciò che grida da tempo, che Silvio Berlusconi attenta alla Costituzione. È un refrain che accende giustizialisti e “viola”, ma suscita qualche perplessità fra gli stessi esponenti del Pd. Il tribuno dell’Idv crede di far politica con le richieste di impeachment per Napolitano e di ineleggibilità per il Cavaliere.
In questo contesto il margine per una serie di riforme condivise è oggettivamente ristrettissimo. Resta da vedere che cosa riuscirà a modificare la parte più diplomatica del centrodestra e del centrosinistra. Passata la buriana elettorale, qualcosa potrebbe muoversi. Anche perché i cittadini elettori, mentre ancora si avvertono i morsi della crisi globale, si aspettano che qualcosa cambi e che la classe politica svolga i suoi compiti fondamentali, primo fra tutti quello di rendere l’apparato pubblico più efficiente e meno costoso, la giustizia più giusta, il sistema economico più moderno e competitivo.
Ed è su questi temi che tutti saranno giudicati.

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