La riforma sanitaria che divide l'America

Lo salveranno le suore? Ventiseimila suore hanno firmato un documento di sostegno alla riforma sanitaria di Obama, le cui sorti dovrebbero essere decise oggi stesso o nei giorni immediatamente successivi. Nell'appello c'è scritto che il testo, "per quanto imperfetto", offre cure migliori a tutti e pertanto va appoggiato da chi "difende la vita".
Il documento è interessante per due motivi: perché dimostra una volta di più quanto serrato è, anche in fase di chiusura, il dibattito che si trascina ormai da un anno fra mille incertezze e polemiche; e poi perché le monache contraddicono i vescovi, che hanno invece invitato i deputati cattolici a votare no, perché "non sono chiare le conseguenze che la riforma potrebbe avere sull'aborto".
Un intervento che potrebbe ancora essere decisivo e che viene riassunto in una vignetta, pubblicata da Newsweek: un'ambulanza guidata da Obama con le sirene a pieno volume che viene bloccata a un passaggio a livello da una carrozzina.
Le suore potrebbero spostare la carrozzina. Ma che ci sia questo contrasto con i presuli dimostra una volta di più quanto è serrato, emozionato, esteso ben al di là dei paragrafi di un progetto di legge, quanto esso spacca l'America.
Non solo in campo cattolico, naturalmente. I protestanti di rito "evangelico" sono come sempre più accesi: uno degli "eroi" della "destra cristiana", il teleopinionista Glenn Beck, dopo aver ripetuto che la riforma sanitaria minaccia di "introdurre il socialismo in America", se l'è presa con quei religiosi che "nelle loro prediche parlano di giustizia sociale". "È una parola in codice, significa comunismo o nazismo".
E dunque Beck consiglia i cristiani a dimettersi dalle parrocchie i cui preti parlano così. Ricevendo immediatamente una raffica di risposta: l'invito, sempre ai cristiani, a boicottare i programmi televisivi di Beck. Sono appelli dell'ultima ora, che riassumono il clima che ha accompagnato l'intero dibattito, trasformandolo in un referendum non soltanto sul progetto di riforma ma sulla persona stessa di Barack Obama, sulla sua capacità di presidente, sul suo reale "americanismo".
Dicono che questa riforma, se approvata, "spingerebbe l'America a diventare un Paese europeo" mentre, secondo l'ala estrema dei repubblicani, gli Stati Uniti "hanno il miglior sistema sanitario del mondo" e cambiarlo aprirebbe la strada a una perversione dei principii stessi su cui è fondata l'America. Tale è la sproporzione fra il documento su cui il Congresso si appresta a votare e le emozioni che esso ha suscitato. Che forse si sono un poco attenuate negli ultimi giorni ma non troppo: visto che un altro popolarissimo "campione" degli ultraconservatori, il radiocommentatore Rush Limbough, ha annunciato proprio all'ultima ora che "se questa legge verrà approvata io me ne andrò dall'America". La stessa "emergenza", in fondo, che ha invece spinto per la seconda volta a rinviare, stavolta all'ultimo momento, il suo viaggio nei Paesi del Pacifico. Altrimenti il verdetto della Camera lo avrebbe colto in terra straniera e, se negativo, avrebbe potuto "delegittimarlo". La realtà di quello che sta per accadere nel Campidoglio di Washington è molto più modesta: è anzi uno scontro condotto principalmente con le finezze e i tranelli di un protocollo parlamentare molto elastico.
Quello che ha reso possibile che una proposta di legge di un presidente democratico sia rimasta bloccata per quasi un anno da una Camera in cui i democratici hanno la maggioranza con un margine di sessanta voti sui repubblicani e da un Senato in cui essi dispongono di 59 seggi su cento. I repubblicani hanno sfruttato tutte le occasioni offerte alle tattiche ostruzionistiche mentre montavano con molta maestria una reazione negativa nel Paese.
La riforma sanitaria ha oggi, nei sondaggi, più avversari che sostenitori, proprio mentre i democratici fanno a loro volta ricorso ai "trucchi" dei regolamenti parlamentari. "Tecnicamente" la Camera voterà domenica o lunedì non sul testo della legge ma su una mozione procedurale che però, se l'esito sarà favorevole, permetterà al presidente di firmare la legge, che dunque entrerà in vigore e introdurrà in America il principio di una assistenza sanitaria nazionale adottata da tempo da tutti gli altri Paesi industrializzati e democratici. Non c'è proprio niente di rivoluzionario nel voler dare una polizza assicurativa ai 32 milioni di americani che finora ne sono privi.
Eppure le conseguenze politiche di questa legge potrebbero essere "letali", in caso di sconfitta, per l'intera presidenza Obama, che su questa riforma ha puntato tralasciando altre riforme e i problemi che più angosciano elettori ed eletti come conseguenza di una crisi economico-finanziaria che è lungi dall'essere superata. Se invece gli andrà bene Obama potrà finalmente dedicarsi a riforme ed iniziative gradite ai suoi elettori. E troverà anche il tempo per recarsi in visita in Indonesia. Un progetto importante, perché non si tratta solo del più popoloso fra i Paesi musulmani ma anche di quello in cui il presidente americano ha passato la sua infanzia. I compagni di scuola lo aspettano per riabbracciarlo e intanto gli hanno eretto una statua. Lo ritrae bambino coi calzoni corti che tende una mano su cui si è posata una farfalla. fondi@gds.it

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