Leciti e illeciti della giustizia italiana

Il duello tra Silvio Berlusconi e Michele Santoro va avanti da dieci anni. Alla fine degli anni Novanta, irritato con gli amministratori di centrosinistra della Rai (il presidente Enzo Siciliano disse: «Santoro chi?»), Michele se ne andò a lavorare con piena e reciproca soddisfazione a Mediaset. Tornò in Rai poco prima delle elezioni politiche del 2001 e fece nel «Raggio Verde» una lunga serie di trasmissioni contro Silvio Berlusconi. Come rilevò una ricerca della facoltà di sociologia della Sapienza di Roma, solida roccaforte di sinistra, Santoro non parlò di programmi elettorali e non nominò quasi mai Francesco Rutelli, avversario principe del Cavaliere. Ma con l'aiuto di Marco Travaglio frugò «in modo ossessivo» - scrisse la ricerca - sulle origini della fortuna del Cavaliere lasciando intendere che la mafia vi avesse esercitato un ruolo determinante. Berlusconi vinse le elezioni e commise l'errore di auspicare da Sofia, dove si trovava in visita di stato, la chiusura delle trasmissioni di Santoro e di Enzo Biagi, spesosi anche lui contro Berlusconi nella rubrica «Il fatto» (prima serata di Raiuno). Errore di principio e non solo, perché con una memorabile sentenza la magistratura - che ha quasi sempre vanificato le iniziative, anche legislative, del Cavaliere, giuste o sbagliate che fossero - impose alla Rai di ripristinare la trasmissione di Santoro indicandone anche la collocazione nel palinsesto.
Santoro era stato eletto intanto deputato europeo per i Ds, ma si stancò dopo un paio d'anni della noiosa routine di Bruxelles e tornò in Rai, dove nelle ultime due stagioni ha ripreso a martellare il presidente del Consiglio con Noemi e la D'Addario, Spatuzza, Mills e quant'altro. Nelle sue telefonate private degli ultimi tempi, rese note in questi giorni, il Cavaliere ha detto esattamente quello che dice in pubblico dal 2000. Naturalmente in un paese normale il capo del governo che si appellasse a membri delle autorità di garanzia sulle comunicazioni per ottenere la chiusura di una trasmissione susciterebbe un motivatissimo scandalo. Ma negli altri paesi europei dove le televisioni pubbliche sono condizionate dalla politica esattamente come in Italia una trasmissione come Anno Zero sarebbe semplicemente impensabile: me lo confermarono i giornalisti della stampa estera che avevano invitato me e gli altri conduttori «sospesi» a spiegare questo ennesimo «caso italiano».
Al corrispondente dell'Obserbver, autorevole settimanale della sinistra britannica, che mi faceva osservare come nessun capo di governo avesse il potere mediatico di Berlusconi, mi fu facile obiettare che Santoro ha massacrato il Cavaliere anche quando era all'opposizione. E il giornalista inglese dovette convenire che è così. Poiché nessuna Autorità garante e nessun dirigente Rai è riuscito a riportare l'ottimo Michele al rispetto delle regole (che pure ci sono, per gli altri), la maggioranza di centrodestra ha risposto con la chiusura generalizzata dei programmi d'informazione, cioè con un altro errore gravissimo. Ma occorre pur chiedersi quali siano ragioni di questa anomalia italiana.
Indipendentemente dal merito delle conversazioni di Berlusconi, c'è un'altra circostanza impensabile nel resto del mondo: il capo del governo apprende dai giornali il contenuto di sue conversazioni private che lo hanno portato ad essere oggetto di una pesante azione giudiziaria di cui lui non sa assolutamente nulla. Quali sono davvero in Italia i confini tra il lecito e l'illecito? Chi garantisce il rispetto della legge, ancora clamorosamente violata almeno nella diffusione di notizie riservate? Faccio questo mestiere da quando portavo i pantaloni corti. Ma per la prima volta, confesso, mi sono spaventato di vivere in un Paese in cui ciò è possibile. E spiego perché. Molti lettori diranno: vabbé, è roba di Lorsignori, noi persone comuni non c'entriamo. E invece no.
In Italia ci sono 166 procure della Repubblica. La vicenda di Trani conferma che in una qualunque di esse, partendo da una indagine qualsiasi, si può arrivare dovunque si voglia. Non serve essere indagati per essere intercettati. Basta un «grave indizio di reato» di cui l'intercettato può essere vittima o testimone. Tutte le persone che parlano con lui sono ascoltate di nascosto. Di Berlusconi sono stati pubblicati anche sfoghi sul suo divorzio, che è evidentemente atto privatissimo. Sono state rivelate minacce alla famiglia dell'avvocato Ghedini, che dovevano restare segrete. Di tutti possono essere ascoltate le confidenze più riservate, che riguardino amanti, investimenti finanziari, vizi, malattie e quant'altro. Le intercettazioni ininfluenti non vengono distrutte prima del deposito degli atti: una persona coinvolta a qualche titolo per difendersi può chiedere perciò la trascrizione integrale, per esempio, delle intercettazioni di un'altra, fosse anche il coniuge. E tutto viene fuori, con conseguenze personali spesso drammatiche. È normale tutto questo? Non c'è da spaventarsi?

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