Quel giudice ragazzino che lotta nel far west della N'drangheta

Gela, Locri, Nicosia. Un sostituto procuratore di prima nomina, chiamato a scegliere la sede di servizio, si trova di fronte a tre alternative. Le uniche. In un libro il racconto in prima persona da Francesco Cascini

Catania. Gela, Locri, Nicosia. Un sostituto procuratore di prima nomina, chiamato a scegliere la sede di servizio, si trova di fronte a tre alternative. Le uniche. Il ragazzino-magistrato preferisce la Calabria alla Sicilia: una frontiera della lotta all’Antistato, piuttosto che un’altra. Comincia così la storia di (stra)ordinario impegno civile – anzi, la “Storia di un giudice. Nel Far West della ‘Ndrangheta” (Einaudi, pp. 175, € 15.50) – raccontata in prima persona da Cascini, magistrato originario di Lucca già pm a Locri, prima di passare a Napoli e alla Direzione centrale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Libro amaro di uno “scrittore togato”, questo appena stampato dalla Einaudi. E’ segnato da pagine che non hanno nulla di romanzato ma trasudano fatica, impotenza, sensazione di abbandono. E contengono interrogativi senza risposta, perché forse troppo facile e inquietante sarebbe rispondervi: “Mentre mi chiedevo come fossi capitato lì, pensai al Ris di Parma … chissà perché il migliore reparto di investigazioni scientifiche italiano si trova a Parma dove gli omicidi non è che siano proprio la regola…”. Difficile fare il magistrato. Specie a Gela, Locri e Nicosia. In una di queste, Francesco Cascini ha lavorato e vissuto per cinque anni. Nel 2001, il trasferimento. L’ultima pagina della “Storia” si chiude proprio con la partenza dalla Calabria e un paio di righe di disarmante intensità: “Lasciavo una terra meravigliosa e terribile, accogliente e violenta, senza speranza eppure così piena di vita … Lasciavo un pezzo della mia vita”.

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