Russia, il futuro passa dalle riforme

Pochi hanno fatto attenzione, fuori dalla Russia, a un anniversario caduto proprio in questi giorni e che di attenzione invece ne merita tanta perché fu uno degli eventi centrali della storia dell'ultimo mezzo secolo. Nel marzo del 1985 Mikhail Gorbaciov fu eletto alla segreteria del Pcus, una sigla che i giovani forse non hanno più incontrato e che anche persone di mezza età possono aver dimenticato ma che a quel tempo ricopriva una delle strutture più potenti del pianeta: Partito Comunista dell'Unione Sovietica.
Deciso dietro una delle porte più sbarrate dell'allora misterioso Cremlino, contribuì a cambiare il mondo. Fu l'inizio della fine di un secolo per molti aspetti dominato dal Comunismo e della terza grande guerra del Novecento, quella Fredda. Negli stessi anni cambiamenti importanti si verificavano in America. Ne fu protagonista Ronald Reagan che, andato in pensione, riassunse la sua esperienza in una frase breve: "Volevamo cambiare l'America e abbiamo cambiato il mondo".
Il nuovo mondo è diverso, il che non significa necessariamente che sia felice o facile. Tante cose sono comunque cambiate, ovunque tranne, qualcuno pensa, che in Russia. Al punto che il suo presidente, Dmitry Medvedev, ha lanciato una specie di proclama che invita, o preannuncia, un nuovo ciclo di riforme che dovrebbero rispondere alle domande e alle attese che la perestroika suscitò. Lo riassume a sua volta in una domanda, evidentemente retorica: "Possiamo andare avanti così, trascinandoci nel futuro una economia basata sulle materie prime e su una corruzione endemica?".
La risposta, il rimedio è a sua volta riassunto in una parola: "Modernizzazione". La Russia deve cambiare, svilupparsi, se vuole ridiventare una grande potenza. In che modo, con quali priorità? Le specifica l'"ideologo" del Cremlino, Vladislav Surkov in una intervista dal titolo "Il miracolo è possibile?". La risposta è positiva, il metodo raccomandato è un impegno prioritario sulle tecnologie d'avanguardia, proprio quelle in cui la Russia è in ritardo, che conducano a un futuro di supercomputer e di astronavi dal motore nucleare, passando per la creazione di "supercomunità" di scienziati, risposta alla fatata Silicon Valley.
Un traguardo cui tutti plaudono ma una strada sottoposta a critiche autorevoli. A cominciare, appunto, da Mikhail Gorbaciov, che mette in guardia dalla ripetizione di antichi errori della storia russa: dei "balzi in avanti" non coordinati con uno sviluppo delle istituzioni democratiche, le sole che garantiscano la "modernità" di un Paese.
E "Gorby" lo dimostra riassumendo la storia russa da quel giorno in cui, venticinque anni fa, salì al potere lui per avviare la trasformazione. La perestroika, ricorda, era necessaria perché "non potevamo andare avanti così", perché il sistema sovietico, creato con grandi sforzi e grandi sacrifici, aveva fatto dell'Unione Sovietica una potenza militare condannata all'inferiorità in tempo di pace.
Bisognava cambiare, naturalmente all'interno delle istituzioni, a cominciare dal Partito comunista. Prima cercando di aggiustare il sistema, poi di cambiarlo una volta che risultò chiaro che riformarlo non bastava. Gorbaciov se ne rese conto a poco a poco e incontrò due grossi ostacoli: i "conservatori", che rifiutarono queste riforme e i "radicali" che le volevano accelerare. I primi tentarono un golpe che fallì e provocò l'avvento dei radicali, la fine dell'Unione Sovietica e anni di caos e povertà in Russia, riducendola a Paese del Terzo Mondo che viveva dell'esportazione di materie prime come il petrolio.
Incombeva il caos, sostiene Gorbaciov, e questo rese necessario un ritorno a misure autoritarie, col passaggio da Eltsin a Putin. Quest'ultimo riuscì a stabilizzare la Russia, ma al prezzo delle modernizzazioni, facendole perdere terreno sui mercati e mettendo in pericolo le conquiste democratiche.
Che ora invece occorre rilanciare. Ci vuole, dice Gorbaciov, una nuova perestroika, una via diversa da quella disegnata da Surkov e che tenga conto di un contrasto di interessi permanente nella elite russa. Emersa dai suoi privilegi, l'intellighenzia tecnica impose la liberalizzazione ma fu poi travolta dall'ondata delle privatizzazioni e della conseguente anarchia.
Quello che Medvedev e Putin hanno in mente ora è un suo rilancio, che non deve però compiersi a spese della democrazia. È questo il dilemma russo, venticinque anni dopo l'alba della perestroika, nel giudizio e nella visione competente dell'uomo che diede il via a tutto.

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