In Cina aumentano i salari

Potremmo dire che è "l'ultima dalla Cina": aumentano i salari. Nel resto del mondo vanno da tempo all'ingiù e a rompere la tendenza è proprio il gigantesco Paese che, dato il bassissimo tenore di vita di partenza e le smisurate riserve di manodopera, aveva avviato il processo. Ora ha invertito la rotta, proprio nel settore dell'industria e per un motivo che è un eufemismo definire sorprendente: in Cina ci sono troppi pochi cinesi, almeno operai e, visto che le fabbriche continuano a produrre sempre di più, non se ne presentavano più abbastanza a causa dei compensi insufficienti o irrisori. La conseguenza è che le sempre più numerose fabbriche bisognose di nuove braccia non le trovano più. Per così poco i lavoratori non ci si mettono. Milioni di operai-migranti che lavorano nelle aree di più intensa industrializzazione come il Sud-Est e che avevano usufruito della breve vacanza per il Capodanno cinese semplicemente non sono tornati ai posti di lavoro. Sono rimasti a casa, perché intanto anche lì sorgono nuove fabbriche, facilitate da un programma di rilancio delle aree depresse per cui il governo di Pechino ha lanciato uno "stimolo" per mezzo trilione di dollari. Decisione inusuale ma assai applaudita perché la situazione si stava facendo grave anche se non nel senso cui siamo abituati a questi chiari di luna in America e in Europa: fabbriche che chiudono non per i licenziamenti ma perché non trovano braccia (ce n'è una lista lunga quattordici metri), altre che interpellano per l'assunzione il primo che passa. "Reclutatori" snocciolano le loro offerte in televisione e via e-mail. Il salario minimo per l'industria è salito del 20 per cento (anche se si tratta di compensi che tuttora noi consideriamo irrisori: variano da città a città con un massimo, per ora, di 150 dollari al mese). Il reddito medio pro capite in Cina è di 6.500 dollari. Tutti segni che la Cina affronta la crisi mondiale accelerando e non frenando, fedele a un'impostazione arrischiata ma centrale: mentre in America l'economia ruota attorno al consumatore, che deve essere stimolato ad ogni costo e dunque in primo luogo attraverso il ribasso dei prezzi e la sua conseguenza, il calo dei salari, in Cina l'albero maestro è il produttore e la meta sono gli investimenti e la produzione. Lo "stimolo" nella crisi attuale dell'economia Usa prende la forma di distribuzione di contanti alle persone per mezzo della riduzione delle tasse, in Cina dell'aumento della produzione, della manodopera e dei salari. In America e in Europa si risparmia e si spengono le luci, in Cina si lancia una Esposizione Universale dal maggio all'ottobre prossimi a Shanghai per festeggiare il boom. Qualcuno tocca ferro perché nel 2010 cade anche il centenario della prima celebrazione espositiva della Cina moderna. Si tenne nel 1910 a Nanchino e fu anche un tentativo di rilanciare l'orgoglio nazionale. Invece nell'Impero della dinastia Manciù era alla soglia la rivoluzione: nel 1911 l’imperatore fu deposto. Anche quella di quest'anno è un'audace scommessa? In Occidente si propende per lo scetticismo, ma non è la prima volta che si sbaglia. Si contano ormai sulle dita di due mani gli annunci delle nostre Cassandre che danno per imminente un crac del "miracolo cinese". Questa volta, però, pare ci si vada un po' più piano, almeno in America. Principalmente per un motivo: l'aumento dei salari in Cina potrebbe essere di vantaggio anche per noi tutti, perché aumenterebbe i costi e diminuirebbe dunque il divario proibitivo che finora c'è fra oggetti prodotti nell'Asia Sud-Orientale e in Europa o in America. Farebbe rivalutare lo yuan e ridarebbe respiro al dollaro. E l'amministrazione Obama, a questo punto, si prepara ad essere per conto suo più attiva nel combattere il flagello della disoccupazione Usa. Il governo sta preparando un piano per frenare la corsa al crollo salariale servendosi di un'arma potente e non usata da quasi un secolo: mettere a disposizione grandi somme (si parla di 500 miliardi di dollari) in commesse ma solo alle aziende che aumentino i livelli di paga, le pensioni e la copertura medica ai loro dipendenti. La generosità verrebbe compensata e stimolata. A noi in Europa può non parere una rivoluzione, ma in America lo sarebbe. Come ha ribadito di recente il famoso economista Allen Sinai, «il business americano ruota attorno alla massimizzazione del valore delle azioni. Dunque attraverso la diminuzione dei salari e del numero degli impiegati. Noi non vogliamo dei lavoratori. Assumiamone meno e cerchiamo di trovare delle macchine da assumere al loro posto».

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