Cammarata: “C’è crisi, ma con me l’economia in città è più solida”.

Il sindaco di Palermo parla della situazione della città, difendendo a spada tratta il suo "giocattolo" dagli attacchi esterni. L'intervista pubblicata dal Giornale di Sicilia nell'edizione di martedì 9 marzo

Palermo. «Non possono accusare noi per gli effetti di una crisi internazionale che ha inciso sui dati del 2008. Un’analisi del genere è distorta e in malafede». Diego Cammarata prova a difendere il suo «giocattolo» dagli attacchi di chi impugna come una clava i - comunque più che eloquenti - numeri dell’Osservatorio economico 2009 per bastonare l’attività della sua amministrazione. «Perchè - dice il sindaco - le valutazioni si fanno in modo oggettivo, non con i sentimenti di una più o meno dichiarata ostilità».


E però proprio i numeri parlano chiaro: Palermo nel 2008 è prima in Italia per disoccupazione...
«L’analisi va fatta sulle performance. Quando mi sono insediato, nel 2001, il tasso di disoccupazione era al 25%, oggi siamo al 17% e in questo arco di tempo solo otto province in tutta Italia hanno fatto meglio».

Non sarà un po’ poco? Resta il sentimento diffuso di una recessione percepita da tutti.
   «Secondo l’Istat, la disoccupazione complessiva in Italia a gennaio di quest’anno ha toccato il minimo assoluto dal 2004 e il Pil nazionale ha registrato nello stesso mese il calo più netto dal 1971 ad oggi. Utilizzare gli effetti di una crisi molto più grande di noi per attaccare il Comune è strumentale, oltre che fazioso. Credo piuttosto che molte delle critiche nascano esclusivamente da ostilità dovute a misure impopolari da noi adottate in questi anni, dall’aumento del 75% della Tarsu alla storia dei pass per la Ztl. In realtà le condizioni economiche della città sono cresciute e la nostra azione ha prodotto benefici al sistema produttivo».


Addirittura? Voi e le categorie produttive avete una visione diametralmente opposta di una stessa realtà.
«Quando sono diventato sindaco, Palermo non aveva ancora un piano commerciale. Con noi sono state inaugurate 16 grandi strutture di vendita per un saldo attivo di 3 mila posti di lavoro. Dal 2003 sono stati aperti 13 alberghi per quasi 900 posti letto e 120 bed & breakfast. E dal 2001 abbiamo rilasciato 1661 fra autorizzazioni e concessioni edilizie nel solo centro storico, cioè il 75% del dato totale dal 1993 a oggi. Numeri che comprovano la funzionalità dei nostri uffici. E smettiamola con questa storia del numero eccessivo di personale».

Anche questo è un dato inconfutabile, però. La stessa Corte dei Conti parla di aumento esponenziale dei dipendenti cui non corrisponde, tutt’altro, un miglioramento dei servizi.
«Che cosa mi si chiedeva di fare con le migliaia di precari che mi sono ritrovato in eredità? Licenziarli? Sarebbe stata una follia. Dal punto di vista sociale, perchè in coincidenza con una così grave crisi congiunturale, se non li avessi stabilizzati avrei massacrato la città. E dal punto di vista economico, perchè non c’è un solo economista in Italia che non sostenga che bisogna proteggere il precariato e le fasce deboli della popolazione in un momento di grave crisi come quello che si attraversa. Noi abbiamo sottratto questi lavoratori al ricatto politico, la loro stabilizzazione era ineludibile. E torno a ricordare che io, fin dal mio insediamento, non ho creato un solo nuovo precario».

L’aumento dei dipendenti non ha però di certo prodotto servizi migliori.
«Che bisogna migliorare le perfomance di tutti i dipendenti, siano essi comunali di lungo corso o ex precari, è di certo un obiettivo cui tendere. Ma non facciamo di tutta l’erba un fascio: molti ex Lsu sono da tempo inseriti nel ciclo produttivo del Comune e la loro assenza avrebbe semmai peggiorato la qualità attuale dei servizi offerti alla città».



Può negare che in altre città esistono servizi migliori con un bacino di addetti notevolmente più basso?
«Ho sempre addebitato alla mancanza di stabilità e di senso di appartenenza qualche atteggiamento di disaffezione manifestato da alcuni lavoratori, che può aver inciso sulla loro produttività. Non c’è dubbio che la tendenza deve essere quella di fare meglio: dovranno crescere gli standad produttivi, mentre l’impegno economico ha già raggiunto l’apice. Piuttosto adesso tocca alle imprese».

Cioè?
«Serve una più netta separazione di ruoli fa enti locali, autorità d’ambito e gestori del servizio, attraverso forme di privatizzazione, passaggio essenziale per favorire i necessari ulteriori processi di crescita».

Eppure perfino da sinistra la accusano di essere un sindaco poco liberale...
«Noi abbiamo avviato il processo di privatizzazione con Amg Gas e vorremmo farlo anche con Gesap, nonostante qualcuno ci mette i bastoni fra le ruote. Nè intendiamo fermarci. pensiamo al settore rifiuti, anche se attendiamo di conoscere le risultanze dell’attività dei commissari giudiziali all’Amia».

La privatizzazione dei servizi spesso però produce un aumento dei costi. Basti vedere cosa sta succedendo con le bollette dell’acqua...
«Se vogliamo servizi migliori dobbiamo anche accollarci costi maggiori. L’importante è che fra qualità e tariffe ci sia la giusta proporzione».

Beh, l’aumento del 75% della Tarsu non è certo coinciso con un miglioramento nei servizi di raccolta dei rifiuti. Anzi...
«Lì il problema è stato fisiologico, non patologico. Sono peggiorate le condizione economiche dell’Amia, non i servizi, andati in crisi solo in occasione di alcune proteste dei lavoratori o per i tanti guasti ai mezzi, sui quali ora stiamo investendo».

Ma è davvero così difficile il dialogo con le organizzazioni produttive?
«Credo che questo si possa dire solo per Camera di commercio e Confcommercio. La ragione di certi atteggiamenti ostili e preconcetti mi sfugge. Non so se è politica o di altra natura».

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