Elezioni in Iraq: speriamo non sia un censimento

«Soltanto» una dozzina di attentati e una cinquantina di morti nella domenica elettorale irachena. Almeno al momento in cui si è smesso di votare e si è cominciato a contare le schede. Ciononostante un certo ottimismo, vedremo presto se e quanto eccessivo, prevale fra gli «organizzatori» di questa consultazione popolare. Più che altro, per la verità, americani e non senza qualche motivo anche se forse sopravvalutato; al punto che alcuni politici legati alla presidenza di George W. Bush hanno cominciato, sia pure usando diversi congiuntivi, a rivendicare l'esito come una vittoria di quest'ultimo. Da tale entusiasmo si è lasciato trascinare anche il primo ministro britannico Gordon Brown, che si è recato addirittura a Bagdad nelle ore immediatamente precedenti al voto, subito dopo avere testimoniato a Londra alla Commissione di inchiesta sulle origini della guerra di ritenerla giusta e opportuna e poco prima di affrontare la prova elettorale che più conta, quella di casa. Una fiammata di fiducia che non è priva di qualche valido combustibile: qualche dozzina di morti nel giorno dell'appuntamento alle urne possono essere effettivamente considerati un progresso rispetto al carnaio delle elezioni precedenti in Irak. Una elezione è pur sempre una partita essenzialmente politica e a contare alla fin fine sono sempre i risultati.

Che nel caso di Bagdad e dintorni devono essere pesati attentamente, perché le cifre non dicono tutto. Se le vogliamo tradurre nel nostro gergo politico, dobbiamo mettere al centro il duello fra i due principali candidati, che erano anche il primo ministro uscente e il suo immediato predecessore alla testa delle rispettive coalizioni e tenere almeno per il momento da parte gli altri 6.200 candidati per i 325 seggi parlamentari.  Nuri al Maliki, il premier, poteva giocare un atout, fornitogli in realtà dal generale americano David Petraeus, inventore (o almeno adattatore) di regole per la «guerra rivoluzionaria» elaborate mezzo secolo fa in Francia. La sua «surge» ha indubbiamente avuto successo, tanto è vero che egli tenta ora il bis in Afghanistan; ma almeno il presente governo di Bagdad ha evitato alcuni fra i più clamorosi errori di chi lo aveva preceduto. Lo «sfidante», Ayad Allawi, è un personaggio ancora più complesso: è uno sciita «secolare», che si è sforzato di allargare la propria «base» calamitando sulla sua candidatura e sulle sue promesse una consistente fetta del voto sunnita. Si è mosso indubbiamente con abilità, come del resto in tutta la sua carriera: ha cominciato come fervido sostenitore di Saddam Hussein, è scampato a un attentato a colpi di ascia ciononostante ordinato dal dittatore. Salvato l'osso del collo, ha intrapreso stretti contatti con la Cia, poi ha sviluppato un'agenda fortemente nazionalista e non settaria. C'è, anche in Occidente, chi lo saluta come l'«uomo forte» del futuro e chi mette in guardia contro le tendenze «autoritarie» che emergono dal suo passato e che fanno sussurrare di lui che potrebbe diventare «un secondo Saddam». Alcuni suoi simpatizzanti, anzi, dicono che «c'è bisogno di qualcuno che non sia un codardo e che sia capace di far fuori un criminale. Ucciderlo, perché metterlo in prigione non basta». Anche perché le alternative non sono interamente rassicuranti sul piano dei diritti umani. Di una delle coalizioni fa parte Moqtada al Sadr, «leader spirituale» di una milizia che qualche anno fa scatenò la più sanguinosa delle insurrezioni e di un'altra Ahmed Chalabi, un oppositore di Saddam Hussein sospettato di essere stato il principale fornitore ai «falchi» del Pentagono delle prove false circa le «armi di distruzione di massa» con cui Bush giustificò l'intervento militare. Più tardi gli americani ruppero con Chalabi, che ultimamente è «risorto» come uomo di fiducia dell'Iran.

Alla fin fine i veri risultati del voto di Bagdad non si articola tanto sulle cifre che veniamo leggendo quanto sulle interpretazioni che gli iracheni ne daranno. Se risulterà che hanno davvero votato per dei partiti potremo nutrire tutti speranza. Che si rivelerebbero invece illusorie se la gente, ancora una volta, avrà votato ciascuno per la propria setta. Con la conseguenza che l'elezione degenererebbe in censimento.

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