La ricerca scientifica della Cina

Dopo la campagna dei cento fiori del «Grande Timoniere» Mao Tse-Tung, c'è ora il programma dei mille talenti. Non si fa riferimento alla parabola evangelica, ma al progetto della Cina sulla ricerca scientifica. Questo gigante si è svegliato. Forse si chiude il sipario su una rappresentazione storica che da secoli ha visto il primato dell'Occidente. Secondo un'analisi del Financial Times negli ultimi 30 anni Pechino ha realizzato un tumultuoso sviluppo nella ricerca scientifica, superiore a tutti gli altri Paesi. Una marea montante che ha portato la Repubblica popolare cinese ad essere il secondo produttore di conoscenza al mondo e - se il trend continuerà ad essere costante - la Cina supererà gli Stati Uniti nel 2020, conquistando il primato. La Royal Society di Londra ascrive questa leadership a tre fattori: massiccio investimento finanziario, con ritmo sempre superiore a quello dell'inflazione; trasferimento di conoscenze dalla scienza di base a economia, industria e commercio; crescente internazionalizzazione, con forti collaborazioni con Stati Uniti ed Europa. Oggi la ricerca ha gli occhi a mandorla. Una incombente egemonia asiatica. Investire sul futuro. La ricerca scientifica paga e genera tesori. Anche se fare previsioni è rischioso - per le variabili scientifiche, empiriche e sociali - le proiezioni sostengono che nel 2040 la Cina sarà la prima economia del nostro pianeta. Un ulteriore elemento testimonia l'importanza che i cinesi ascrivono alla cultura e alla elaborazione intellettuale. L'università della Pennsylvania ha presentato all'Onu un rapporto sorprendente, dal quale risulta che esistono nel mondo 6.305 think tank, cioè «laboratori di pensiero», che elaborano dati e analisi in campo politico, economico, industriale, sanitario, ambientale. Ebbene 428 operano in Cina, che si colloca come secondo Paese mondiale per numero di enti di tal genere. E in Italia? In precedenti articoli abbiamo espresso amarezza e malinconia per lo stato della ricerca scientifica nel nostro Paese. Oggi ci limitiamo a riportare i dati di due recenti pubblicazioni: l'Annuario Scienza e Società 2010, edito dal Mulino e il libro della famosa astrofisica Margherita Hack Libera scienza in libero Stato, editore Rizzoli. Traggano le conclusioni i lettori. Innovazione è divenuta la parola-slogan, di cui si fa uso e abuso, spesso a vanvera. L'innovazione è frutto della tecnologia e la tecnologia deriva dalla ricerca applicata, la quale a sua volta promana dalla ricerca di base. Quest'ultima vuol dire curiosità di scoprire le leggi chimiche, biologiche e fisiche che regolano l'universo, senza contingenti problemi di applicazioni pratiche o immediati ritorni economici scontati e pianificabili. La conoscenza per la conoscenza. Per avere dalla ricerca innovazione, progresso e crescita economica bisogna proiettarsi sulla trama e l'ordito di lungo corso della ricerca scientifica globalizzata attraverso le ambascerie internazionali di saperi e competenze, che permette di attingere ai grandi serbatoi di spesa sovranazionali. Una catena omogenea che non permette discontinuità. L'Italia investe in ricerca l'1,03 per cento del Pil; la media europea è del 2 per cento; Svezia, Finlandia, Corea e Giappone circa il 3,5 per cento; Israele 4,6 per cento. Il numero dei ricercatori per 1.000 lavoratori è la metà in Italia, rispetto a Francia, Germania, Inghilterra; 1/3 a confronto della Svezia, 1/5 paragonato alla Finlandia. Pochi e anziani, avendo un'età media di 40-50 anni. In Europa - a parità di popolazione e Pil - si spendono 42 miliardi di euro, contro gli 11,5 miliardi dell'Italia. Non solo. A questa pochezza si aggiunge un salato costo aggiuntivo, per la cosiddetta fuga dei cervelli. Per mille ricercatori che emigrano, l'Italia perde da 3 a 6 miliardi di dollari: tra costi sostenuti per istruzione e formazione e per mancata produttività. Consegniamo a costo zero ad altri Paesi, spesso più ricchi e avanzati, un prodotto intellettuale finito, un patrimonio di ingegni. La situazione, si prevede, peggiorerà ulteriormente. Infatti in Francia il presidente Nicolas Sarkozy ha lanciato un prestito nazionale da 35 miliardi di euro, che andranno in gran parte a fortificare l'economia della conoscenza, in particolare 16 miliardi per ricerca e alta formazione. Investire sulla curiosità - la «curiosity driven» degli anglosassoni - e sulla pattuglia di sperimentatori, esploratori dell'ignoto, significa saggezza e lungimiranza. Secondo uno studio del Fondo Monetario Internazionale, mezzo punto percentuale in più del Pil per la ricerca genera un aumento della produzione del 7 per cento in dieci anni e dell'11 per cento in venti anni. La poca considerazione di cui gode la ricerca scientifica nel nostro Paese porta, di conseguenza, ad ammettere che l'Italia è un Paese che non pensa ai giovani e non crea solidarietà intergenerazionale. Significa che spesso si umiliano e scoraggiano i talenti, non si certifica il merito, non si investe sul futuro. In più la non brillante situazione del sistema accademico e dell'alta formazione procura di frequente un percorso di studi scadente. Una specie di opaco sopore oppiaceo, per cui l'università per tanti diventa un parcheggio, con lunghe liste di attesa (altro che sanità!) per trovare un lavoro. Occupazione che sempre si traduce in impiegucci precari, di bassa manovalanza, con retribuzioni esigue. Eppure non mancano capacità ed eccellenze. Ma gli sforzi solo puntiformi sono insufficienti, se manca un organico ed efficiente sistema di ricerca. È uno spreco non sfruttare la salinità mentale e l'alchimia cerebrale che gli italiani possiedono in alto grado senza arricchirla di conoscenza e saperi. La conoscenza - ha evidenziato il Nobel per l'economia Elinor Ostrom - è un bene pubblico «puro». Un bene disponibile per tutti il cui uso da parte di una persona non limita l'uso da parte di altri. La conoscenza deve essere convertita in risorsa comune che deve essere gestita, monitorata e protetta. Attraverso meritocrazia, trasparenza, incentivi, organizzazione, cultura della valutazione. E la Sicilia? Senza sgranare un rosario di lamentazioni, riportiamo i dati di tre istituzioni stimate e rigorose, che hanno passato ai raggi X la nostra isola. Bankitalia stima che - tra il 2000 e il 2005 - 80.000 laureati del Mezzogiorno siano emigrati nel Nord Italia. Un numero di «dottori» di gran lunga superiore a quello registrato nei dieci anni precedenti. Su 100 laureati meridionali, circa 30 trovano lavoro al nord. È il fenomeno del «brain drain», il prosciugamento dei cervelli che - secondo l'Isae - priva il Sud di quel capitale intellettuale necessario per ricostituire il sistema economico. Per l'Istat i ricercatori pubblici e privati che operano in Sicilia sono 1,7 ogni 1.000 abitanti, rispetto a una media nazionale di 3,5. Siamo in coda alla classifica. Peggio di noi solo la Calabria. Certamente alla base v'è una inadeguatezza delle politiche di ricerca, sviluppo e innovazione. Ma non è solo colpa della politica. Le nostre classi dirigenti e le élites sono state incapaci di orientare e stimolare la politica, limitandosi alla questua di piccole e personali sinecure. Il permanere dell'attuale situazione è sicuro passaporto per una marginalità, rispetto all'area vasta dell'innovazione mondiale. Il sostegno alla ricerca e alla curiosità intellettuale è linfa e alimento della civiltà. Rimarremo provinciali e presuntuosi in un Paese a bassa crescita. Come quei pulcini - ricordando George Eliot - che, quando diventano galli, credono che il sole si levi per sentirli cantare.

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