Quelle ore burrascose tra Chigi e il Quirinale

Tutto per bene, alla fine. Ma prima della quiete di ieri sera, la tempesta abbattutasi tra palazzo Chigi e Quirinale ha fatto intravedere scenari drammatici. Nelle ore che hanno preceduto e seguito il colloquio di mercoledì sera con il capo dello Stato, Silvio Berlusconi ha seriamente pensato di far saltare il tavolo. La indisponibilità manifestata in quelle ore da Napolitano a firmare un decreto che salvasse la lista del PdL nel Lazio e la posizione di Formigoni in Lombardia sarebbe stato lo sparo di Sarajevo. Come l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria e di sua moglie il 28 giugno del 1914 fu il pretesto per scatenare la prima guerra mondiale, così l'eventuale sacrificio dei candidati alla conquista e alla conferma nelle due regioni più importanti d'Italia sarebbe stato l'innesco di una bomba ben più micidiale. Se Fini ha detto che così com'è il PdL non gli piace, Berlusconi va oltre. Anche se l'incidente di Roma è avvenuto con modalità in parte controverse, i danni all'immagine del centrodestra sono stati più devastanti del previsto. Aggiunti alla decisione di oscurare per un mese i principali programmi politici della Rai, hanno fatto perdere in tre giorni al Pdl tre punti secchi nei sondaggi. A proposito della sospensione dei programmi, molti elettori di centrodestra si sentono offesi perché privati della capacità di scegliere ("Sappiamo bene chi è fazioso e chi non lo è"). Sul pasticcio elettorale , la gente - a sinistra, ma anche a destra - fa questo discorso: perché se io non rispetto i termini (un concorso, le tasse) vengo punito senza remissione e se il pasticcio lo combinano in politici il rimedio si trova? E' vano rispondere che mettendo una pezza sul pasticcio delle liste più che favorire qualche persona si garantisce a milioni di elettori di non essere privati del diritto di scegliere. Si aggiunga che Berlusconi non si riconosce nel comportamento di molti dirigenti che in periferia bisticciano, ma pur sempre lo rappresentano. Quel che è accaduto al momento della presentazione delle liste romane lo ha indignato. Gli elettori di centrodestra sono furiosi: perché dovremmo fidarci di una classe politica che non conosce il proprio mestiere? Gli strascichi delle polemiche sulla corruzione che hanno colpito (Milano e Firenze) o sfiorato (Roma) amministratori e personalità del PdL hanno inoltre contribuito ad alimentare una pericolosa disaffezione. Non c'è un travaso di voti a sinistra, ma un forte astensionismo, corretto a Roma da una valanga di voti potenziali alla destra dell'ex governatore Storace.
Questo cocktail micidiale porta Berlusconi a fare due conti. Le dimissioni del governo avrebbero come conseguenza fatale le elezioni anticipate. E' difficile infatti che Napolitano possa autorizzare una maggioranza diversa da quella che è uscita dalle urne. I ribaltoni sono storia del passato e frutto anche dell'odio personale di Scalfaro nei confronti del Cavaliere. Con le elezioni, Berlusconi metterebbe di nuovo in gioco tutto il piatto. Ma il rischio verrebbe compensato dal vantaggio - ai suoi occhi - di spiazzare completamente Fini e Casini e di cogliere il Partito democratico in mezzo al guado. Fantasie, certo. Ma il colloquio di giovedì sera tra Berlusconi e Napolitano è stato probabilmente il più concitato che si ricordi. Il presidente del Consiglio voleva far approvate la sera stessa un decreto legge sulla falsariga del precedente delle elezioni europee del '95: i radicali erano fuori tempo e ricorsero a Scalfaro, Lamberto Dini presidente del Consiglio riaprì i termini per 48 ore e tutto si aggiustò. Il capo dello Stato ha sostenuto che quella procedura non poteva essere ripetuta in questo caso e Berlusconi si è molto arrabbiato, minacciando il ricorso alla piazza. La serata si è conclusa male, ma nella giornata di ieri Napolitano si è dimostrato favorevole a trovare una soluzione. Si è così distinto tra decreto 'innovativo', che il Quirinale non avrebbe accettato e decreto 'interpretativo' che verrà invece considerato con benevolenza. Ieri sera il Consiglio dei ministri ha scelto ovviamente la seconda strada per ottenere il risultato che avrebbe ottenuto con la prima. Persi in pochi giorni tre punti. E Berlusconi voleva far saltare il tavolo.

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