La Cina e i suoi lavoratori forzati.

La Cina fa di tutto per accreditare una sua immagine diversa in Occidente. Non lesina mezzi finanziari per campagne di comunicazione non troppo appariscenti per "convincere" anche gli operatori, gli imprenditori,i giornalisti che lo sviluppo del grande paese asiatico non è a senso unico, cioè non riguarda solo quello economico (del resto già noto), ma anche quello sociale,civile e umano. Encomiabile tutto questo, peccato però che - propaganda a parte - le intenzioni non corrispondano alla realtà. Non vogliamo ricordare cose ormai note (le esecuzioni capitali che equivalgono a più di due terzi il numero di tutto il mondo, la tortura nelle carceri, gli arresti dei dissidenti, la persecuzione delle minoranze etniche e religiose, la limitazione della libertà degli internauti, eccetera). Ora, a confermare quanti pochi passi avanti siano stati fatti nel campo della tutela dei diritti umani, è arrivato un nuovo Rapporto della Laogai Fondation sui laogai, cioè sui gulag cinesi, di cui si parla pochissimo. Nel dossier si documenta che i "campi di lavoro" identificati sono 1422, fra questi almeno 1007 risultano operanti a pieno ritmo in ogni settore merceologico (abbigliamento, cosmetici, alimentari, arredamento, eccetera). Vi si trovano rinchiusi da 3 a 5 milioni di persone. Il numero esatto non si conosce perché le autorità di Pechino lo considerano "un segreto di Stato".  Le condizioni di lavoro dei detenuti (studenti, giovani operai, intellettuali, religiosi, appartenenti a gruppi di minoranze e altri dissidenti) sono disumane. Si sconoscono i limiti degli orari di lavoro, di sicurezza e igiene. Un giaciglio, spesso vicino alla fossa biologica, pestaggi e torture all'ordine del giorno. Il cibo,ad esempio,viene distribuito in rapporto diretto con la quantità di lavoro prodotto. In pratica i detenuti producono a costo zero per il regime. In questo modo si spiega ( a parte i bassi salari sul mercato esterno) perché i prodotti cinesi riescano ad avere un prezzo che spesso non supera il 10% di quelli analoghi dell'Occidente. Quasi sempre i laogai hanno due nomi: uno per il campo-prigione e l'altro, di fantasia, per il mercato. In tal modo diventa impossibile accertare che, ad esempio, una confezione di crema per il viso proviene da un gulag cinese. È stato un lungo lavoro di ricerca quello della laogai Research Foundation per documentare lo schiavismo cinese, abbinandolo alle imprese che pubblicizzano prodotti cinesi sui 28 principali siti internazionali. Da questo barbaro sistema carcerario, dal 1949 ad oggi, sono passati da 40 a 50 milioni di persone; almeno 20 milioni vi hanno lasciato la vita. Di tutto questo si parla poco e gli imprenditori che vanno a Pechino affermano ora che il progresso e le libertà civili stanno per arrivare anche Cina. Ma in quel grande paese asiatico, con un miliardo e 300 milioni di uomini, continua ad esistere la più grande prigione del mondo e su cui le stesse ong sui diritti umani spesso chiudono un occhio. Salvo però a spalancarli tutti e due ssempre quando si tratta di Guantanano o di qualche altra prigione americana.

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