Fragalà, gli investigatori: chi sa parli

L’appello: “Aiutare le indagini è un dovere morale, prima che giuridico”. Sul Giornale di Sicilia oggi in edicola i dettagli sull'indagine

Palermo. Avvocati e magistrati in toga si sono dati il cambio per partecipare al picchetto allestito attorno alla bara di Enzo Fragalà, il penalista palermitano ammazzato a bastonate martedì scorso. Una "staffetta" continua, silenziosa, commossa tra chi, nelle aule di giustizia, recita in genere ruoli contrapposti. Ma nel giorno del dolore pm, giudici e legali si sono ritrovati insieme per testimoniare la risposta della giustizia palermitana alla brutale aggressione. Ad abbracciare i familiari della vittima, seduti accanto alla bara su cui sono stati stesi il tricolore e la toga indossata in una vita trascorsa in tribunale, anche il presidente del Senato Renato Schifani e il ministro della Giustizia Angelino Alfano che ha parlato del rischio di "un ritorno alla violenza di un passato buio"..
"Solo l'arresto del vile assassino - ha detto Schifani - potrà attenuare il dolore di una città ferita". Ma le indagini, come è stato evidente da subito, sono tutt'altro che facili. I carabinieri, che hanno costituito un pool impegnato a tempo pieno nella complessa ricostruzione del puzzle, ieri hanno incontrato i magistrati per fare il punto sull'inchiesta che potrebbe arricchirsi di nuovi testimoni oculari. Gli inquirenti sono convinti che, oltre alle tre persone che hanno assistito al delitto, sul luogo del delitto ci fosse anche qualcun altro. "Chiunque abbia visto - dicono in un appello comune pm e militari - si presenti in nome di un dovere morale, prima che giuridico".
In questa fase delle indagini anche un particolare apparentemente ininfluente potrebbe aiutare la ricostruzione del quadro. E importante sarà anche l'esito dell'autopsia, eseguita ieri mattina al Policlinico. I medici sono convinti che il killer, che si è accanito sulla vittima, con una ferocia brutale, l'abbia colpita con un bastone prima alle gambe, per renderla inoffensiva, poi alla testa.
Ma perché tanta ferocia? E perché scegliere di uccidere davanti allo studio del legale, a due passi da un palazzo di giustizia sorvegliato da carabinieri e telecamere? E ancora è possibile che a Palermo qualcuno compia un'azione tanto eclatante senza l'autorizzazione della mafia? "Non tutto quello che accade in città - commenta il procuratore Francesco Messineo - è necessariamente riconducibile a Cosa nostra".
Sono molti, comunque, i dubbi degli investigatori. C'é chi vede nelle modalità dell'aggressione la volontà di lanciare un messaggio a tutta la categoria. Chi ipotizza che, dopo gli arresti dei boss storici, la città sia in mano a gruppi criminali che potrebbero avere deciso di affermare la propria leadership anche autorizzando un gesto tanto clamoroso. "Se la mafia non c'entra - commenta un investigatore - presto potremmo trovare un cadavere, segno che le cosche, irritate dalle conseguenze che un'azione simile ha provocato, abbiano deciso di punire il colpevole".
Gli interrogativi degli inquirenti sono anche gli interrogativi degli avvocati che domani, il giorno delle esequie e del lutto cittadino, chiuderanno gli studi in segno di cordoglio.

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