È morto in cella Zapata, oppositore di Castro

È morto Zapata. Che nome per l’America Latina, con una ineguagliabile risonanza rivoluzionaria. Ma questa volta non è caduto Emiliano Zapata condottiero dei contadini messicani senza terra, ma solo Orlando Zapata, un operaio qualunque ucciso nella lotta contro il potere «rivoluzionario» fra tutti i regimi dell’America Latina.
Non è morto su un campo di battaglia ma nelle carceri dei fratelli Castro. Di fame, di suicidio. Vittima del suo sciopero della fame. Il giorno che l’hanno seppellito i carcerieri hanno usato questo termine, che lui forse desiderava, anche se dubbi permangono e c’è chi alla fame aggiunge le percosse di uno dei pestaggi subiti. Ora che l’hanno seppellito cinque altri detenuti politici come lui («prigionieri di coscienza», si definiscono) hanno preso il suo posto nella trincea del rifiuto (e con lui un attivista dei diritti civili, prigionieri di coscienza si definiscono un sindacalista, un giornalista, un bibliotecario). Protestano contro il regime comunista che si aggrappa al potere all’Avana e che li ha dimenticati. Sì, perché i 20 anni di carcere che sono stati inflitti loro e a un’altra settantina di contestatori, appartengono, dovrebbero appartenere a un passato remoto. La sentenza è stata pronunciata nel 2003 e nei sette anni trascorsi qualcosa è cambiato e molto dovrebbe essere cambiato a Cuba e nei rapporti fra l’Avana e l’America. La sentenza è stata data in base a una legge speciale che colpisce chi «sostiene la politica degli Stati Uniti e dunque opera per distruggere lo Stato socialista e l’indipendenza di Cuba». Una legislazione che prevede vent’anni di carcere e che dovrebbe appartenere a un passato remoto. La sentenza è stata pronunciata nel 2003 e nei sette anni trascorsi qualcosa è cambiato e molto dovrebbe essere cambiato nell’isola caraibica.
Fidel si è arreso alla malattia e si è ritirato a scrivere periodici messaggi su «Gramma» organo ufficiale del partico comunista cubano. Il potere è nelle mani del fratello Raoul, che si è presentato come un «riformatore», sia pure prudente e ha dato adito a qualche speranza. Ed è cambiato qualcosa anche a Wasghington. Con George Bush sono andati in pensione, o almeno in vacanza, i «falchi» che avevano risposto a colpo su colpo e girato sempre più stretta la morsa delle sanzioni. Alla Casa Bianca c’è Barack Obama, l’uomo che si sforza di «diminuire il numero dei nemici», nell’interesse degli Usa e dei «nemici» stessi e ha dato numerose prove di buona volontà, appena salito al potere ha permesso la ripresa delle comunicazioni tra l’America e l’Avana, autorizzato le «rimesse» finanziarie dei profughi alle loro famiglie che fanno la fame a Cuba, ha perfino fatto spegnere il cartellone elettronico che Bush aveva fatto installare sull’alto delle mura della missione diplomatica all’Avana, quella che sostituisce l’ambasciata, vuota da mezzo secolo per la rottura delle relazioni diplomatiche. Vi comparivano, in un rosso brillante, messaggi, a volte critici della politica di Castro, soprattutto nei rapporti dei diritti umani, e Castro l’aveva reso invisibile facendogli sventolare davanti, da un alto tendone, una grande e lugubre bandiera nera. L’ha potuto abbassare, adesso, perché il messaggio non c’è più, perché Obama cerca il dialogo, spera che la dittatura si renda conto magari un poco per volta, che il tempo delle dittature è finito, e quello del dialogo è venuto, che Cuba non ha da temere un’altra «Baia dei Porci» ma solo offerte e, questo sì, «prediche». Washington non manderà i marines, non organizza rivoluzioni. Aspetta e cerca anzi di lenire più che può le conseguenze che il cambio di regime prima o poi inevitabilmente porterà con sé. Ma a L’Avana qualcuno, il fratello «liberale» di Fidel, ascolta solo quando gli fa comodo, risponde alle «autoaccuse» in stile staliniano dei suoi rivali, si dimentica in carcere le vittime di una guerra che dovrebbe essere finita.

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