La Francia e l'identità nazionale

Non ha trovato finora l'attenzione che merita una iniziativa, anzi una serie di iniziative, prese dal governo francese come contributo, originale anche se tutt'altro che inedito, alle riflessioni che ovunque si impongono in Europa sul tema della identità nazionale di fronte ad almeno due prove urgenti: quella della crisi economica planetaria e quella, non meno impellente, di un fenomeno altrettanto mondiale come quello della trasformazione etnica delle vecchie patrie in conseguenza dell'immigrazione, cioè dell'altra faccia della globalizzazione.
Una risposta che non può essere soltanto economica, neppure in Francia che pure è, tra i grandi Paesi d'Europa, quello che si rivela più solido nel fronteggiare questi tempi difficili, radicato com'è in un passato industriale e preindustriale che gli consente tuttora di ispirarsi a un intatto senso dello Stato, alla confermata priorità della politica rispetto ad altre forme di iniziativa e di scelta, incluse quelle economiche, in base al ruolo dello Stato che non sia solo di parapioggia durante i temporali ma di parte attiva e dirigente nelle strategie a lungo raggio.
Se si dovesse fare infatti in questo momento una "classifica" europea in base alla capacità di resistere a una crisi di gravi dimensioni non prive di richiami angosciosi, alla Francia spetterebbe la medaglia d'oro, con la Germania attestata a centro classifica e la Gran Bretagna in coda come parte integrante del "modello anglosassone".
Ma i governanti di Parigi non si accontentano di questo: rimettono sul tappeto la questione dell'identità. "Identità nazionale", senza mostrar di tenere una contraddizione con gli impegni europei. Il presidente Sarkozy ha enunciato che il primo ministro Fillon si sforza di concretare una serie di provvedimenti che non rifuggono dalla retorica. Tutte le scuole francesi dovranno esporre il Tricolore, tutte le aule essere fornite di una copia della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino, edizione 1789.
Gli scolari dovranno apprendere meglio i "valori repubblicani", dovranno essere sottolineati con particolare insistenza quelli che riguardano l'eguaglianza di diritti fra uomini e donne, i "nuovi cittadini" dovranno "imparare meglio il francese". Nessuna delle idee è in sé peregrina, a combinate esse profondono l'unica soluzione fattibile a un problema urgente, probabilmente drammatico ma ormai non eliminabile. Sono utopie sia quella di "rimandarli a casa" sia quella di accoglierli indiscriminatamente. Chi vuole venire a vivere in Francia dovrà conoscere la Francia, diventare un "nuovo francese".
Non attraverso una censura etnica, religiosa e di costume ma attraverso un ampliamento della sfera culturale di ognuno, in attesa di potervi attivamente contribuire. "Dobbiamo - ha detto Fillon - affrontare questi problemi, non fingere di ignorarli perché ciò lascerebbe in campo soltanto le idee e le passioni degli estremisti". Qualcuno trova il progetto troppo vago, altri invece utopistico. C'è chi afferma che un melting pot all'americana non è e non sarà mai realizzabile nelle vecchie patrie europee.
Ma è proprio la storia di Francia a provare il contrario, a confermare rilievi statistici a tutta prima sorprendenti, che rivelano come la percentuale di immigrati dall'Africa del Nord che si sente prima di tutto musulmana è equivalente al numero di coloro che si sentono innanzitutto francesi. Un dato molto più incoraggiante di quello dei Paesi che si attengono a un "multiculturalismo" di stile britannico.Il presente riflette una storia secolare che fa della Francia come numero di immigranti e intensità di integrazione il numero uno in Europa per secoli, l'"America" del Vecchio Continente. Milioni di cittadini francesi hanno origini tedesche, italiane, spagnole, dell'Europa Orientale e, più recentemente, del mondo arabo. Molto prima che un Barack Obama salisse alla Casa Bianca, immigrati freschi hanno preso la guida di questa vecchia nazione, da Napoleone Bonaparte a Nicolas Sarkozy, figlio di "stranieri" senza una goccia di sangue francese nelle vene.
Tutto ciò grazie soprattutto al vigore assimilativo di una nazione e di uno Stato che ha saputo attrarre con i propri principii. Al di là del nazionalismo, senza rinunciare al patriottismo, senza alzare muraglie ma presentando un modello capace di attrarre. Constatazioni che non riguardano solo i francesi ma anche noi. Per fortuna qualcuno c'è che comincia a pensarci. A Roma oltre che a Parigi. fondi@gds.it

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