L'Ucraina e la "rivoluzione all'arancio" fallita

È stata una delusione, non una sorpresa. Tutti i sondaggi prevedevano che Iulia Timoshenko, pur recuperando terreno nell'ultima settimana con un vigore che conferma la sua fama di "pasionaria", non ce l'avrebbe fatta, partendo da una base al primo turno delle elezioni presidenziali di appena il 25 per cento del voto degli ucraini, e non riuscisse ad agguantare Viktor Ianukovich "il russo" decollato dal 35 per cento.
Gli si è avvicinata, questo sì, ha dimezzato il distacco. Ma per farla vincere sarebbe stato necessario che si fosse ricomposta quella "rivoluzione all'arancio" che cinque anni fa, uscita dalle urne violate dai brogli di regime, scese nelle strade e impose l'annullamento delle votazioni e una nuova consultazione popolare. Ma stavolta erano tutt'altro che uniti i seguaci della Timoshenko e quelli del vincitore di allora Viktor Yushchenko, che per primo si era provato a governare ed era riuscito quasi soltanto a scontrarsi con la Russia con gravissimi danni economici e calo del tenore di vita degli ucraini.
Nel 2005 le parole d'ordine erano state "sdegno" e "speranza", nel 2010 c'era uno slogan solo, "delusione", e più malinconia che rabbia. I motivi dettagliati sono molti. La più evidente riguarda il portafoglio. Sfidare la Russia è costato semplicemente troppo per un Paese grande ma fragile come l'Ucraina, cronicamente depresso perché troppo legato all'agricoltura, con oltre un terzo degli abitanti che sono in realtà russi, dal bacino minerario orientale del Donbass alla Crimea, tartara e poi russa regalata all'Ucraina da un generoso capriccio di Nikita Krusciov e la cui unica fonte energetica era e resta il gas russo. Per anni, dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica voluta da Boris Eltsin, Mosca aveva tenuti aperti sotto costo i suoi oleodotti.
Dopo, con Putin, le tariffe erano aumentate, avvicinandosi a quelle di mercato e propiziando la crisi. Gli "arancioni" si erano forse spinti un po' troppo in avanti, al di là del sacrosanto desiderio di salvaguardare l'indipendenza finalmente raggiunta da un Paese che in passato ne era sempre stato privato e puntando, nella comprensibile ansia, non solo su un riavvicinamento con l'Occidente ma addirittura su un'alleanza militare. L'Ucraina nella Nato avrebbe certamente tenuto in scacco eventuali velleità di riconquista imperiale da parte di Mosca e la tentazione era stata forte soprattutto nell'America di Bush, portata alla sfida "o con noi o contro di noi" scaturita dall'emergenza del terrorismo.
La stessa atmosfera che avrebbe nutrito poco dopo le tensioni nel Caucaso quando il "vento arancione" spinse la Georgia a voltare le spalle al suo figlio un tempo più potente, Eduard Shevardnadze. Kiev e Tbilisi furono sul punto di fare "coppia fissa" come nuovi membri della Nato e la Russia sul punto di pagare in ritardo il prezzo della sua disfatta nella Guerra Fredda: quello fu il passo più lungo della gamba, che Viktor Yushchenko compì primo e che la Timoshenko tentò poi di completare. Sappiamo come è finita a Tbilisi: con una "piccola guerra che scosse il mondo". Brevemente, però, perché nessuno realmente voleva un ritorno alla Guerra Fredda: non gli europei (con la possibile eccezione della Polonia, "gemella" storica dell'Ucraina al punto da organizzare congiuntamente gli Europei di calcio) e non più gli americani (una delle prime decisioni di Obama è stata la rinuncia alla costruzione di un "vallo" antimissile alle frontiere russe, prima pietra di un sistema che avrebbe finito comunque con l'includere Kiev).
La Grande Recessione mondiale ha fatto il resto e la demoralizzazione ha frenato una volta di più le speranze ucraine. Qualche frutto, è vero, l'esperimento color arancia l'ha portato: le elezioni del 2005 sono contrassegnate da brogli e violenze, prima di tutto di Stato, quelle del 2010 sono state riconosciute da quasi tutti come ragionevolmente corrette. Il risultato è conforme alle previsioni di coloro che da tempo temono un "ritorno a Est" degli ucraini (cioè un riavvicinamento alla Russia), ma non un ripiegamento sul vecchio regime. Sia i vincitori sia i vinti, durante la campagna elettorale, hanno "parlato" più occidentale. Ianukovich ha perfino fatto suo uno slogan coniato da Ronald Reagan e si è preso per consigliere uno dei manager della campagna elettorale di John McCain. Ciò non toglie, naturalmente, che l'unico a guadagnare qualcosa, forse molto, dalle incertezze della transizione che si prepara sia Putin. fondi@gds.it

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