E' tempo di aprire una trattativa

Il governo nazionale ha dato il via libera al decreto legislativo sul nucleare. La produzione partirà dal 2020. La rosa delle località prescelte per le centrali atomiche è quella nota. Ossia: Montalto di Castro (Viterbo), Borgo Sabotino (Latina), Trino Vercellese (Vercelli), Corso (Piacenza), Oristano, Palma di Montechiaro (Agrigento), Monfalcone (Gorizia), Chioggia (Venezia); mentre l'ex centrale del Garigliano (tra Latina e Caserta) sarà il deposito nazionale per le scorie. E' facile immaginare il dibattito che scaturirà da questa decisione; un dibattito che in Sicilia potrebbe toccare punte più esasperate dopo il pronunciamento unanime dell'ARS. Del nucleare si possono dire alcune cose.
E' meno costoso ed è più pulito. Pagare meno l'energia non è soltanto una legittima aspirazione per il bilancio familiare. E' una scelta di sopravvivenza per le imprese. Il nucleare ha però due "controindicazioni": lo smaltimento delle scorie ed il rischio di incidente. Per quanto riguarda le scorie, sembra che la scelta riguardi il Lazio; quanto al rischio non c'è molto da dire. Un margine di pericolo esiste come in tutte le attività dell'uomo. Certo il nucleare fino ad ora ha fatto assai meno vittime dell'eternit! In ogni caso la questione non dovrebbe essere affrontata in termini ideologici. Il dato sicuramente più eclatante è infatti quello relativo all'elevato carico ambientale cui è sottoposto, già oggi, il territorio siciliano. La Sicilia, infatti, rivela concentrazioni di inquinanti particolarmente elevate rispetto alle emissioni totali nazionali, a causa della ingente presenza di impianti di produzione di energia termoelettrica e di raffinerie.
Le emissioni di anidride carbonica (CO2) nell'atmosfera siciliana superano le 46 milioni tonnellate all'anno. Rispetto al totale nazionale (447 milioni di tonnellate anno 2000) si tratta di una quota che supera il 10%, davvero ingiustificata in relazione agli insediamenti produttivi del territorio. Peraltro l'anidride carbonica è il meno pericoloso tra i tanti inquinanti scaricati nei cieli siciliani. Il carico inquinante va considerato anche alla luce del contributo energetico che la Sicilia fornisce all'intero Paese; circa il 12% dell'energia elettrica prodotta in Sicilia viene ceduta all'Italia continentale ed oltre il 40% circa della benzina e del gasolio utilizzati in Italia, proviene dagli impianti di raffinazione siciliani. Si segnala poi, per l'impatto inquinante, anche la rete di metanodotti presente nella nostra Isola. Tra i metanodotti esistenti ed i previsti rigassificatori, si stima che la Sicilia vedrà transitare dal proprio territorio almeno il 35-40% del metano necessario al funzionamento del Paese. Infine ci sono i cementifici ed altre attività inquinanti minori.
In definitiva le attività industriali della raffinazione, le centrali termoelettriche, la petrolchimica, la rete dei metanodotti e gli impianti di rigassificazione, concorrono tutti a dare corpo al ruolo della Sicilia, quale piattaforma energetica del nostro Paese. Tutto questo non ha portato alcun beneficio alla Sicilia, che registra invece maggiori costi dell'energia, nessun introito tributario e gravi danni ambientali, oltre ad una rete elettrica a dir poco obsoleta. L'occasione allora potrebbe essere buona per una trattativa con lo Stato a muso duro. Barattare il danno certo di oggi (inquinamento e danni per la salute) con il "rischio" improbabile di domani (incidente nucleare) potrebbe essere un percorso? Non mancheranno le discussioni.

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