L’isteria del regime iraniano

Il braccio di ferro tra l'Iran e la comunità internazionale sul programma nucleare degli ayatollah dura ormai da troppo tempo per affermare con certezza che sta entrando nella fase finale, ma stavolta i segnali ci sono tutti.
Da parte iraniana, abbiamo avuto - in rapida successione - la minaccia della Guida suprema Khamenei che domani, anniversario della rivoluzione khomeinista, Teheran sferrerà «un pugno tale all'Occidente da lasciarlo stordito», il solenne annuncio che nell'impianto di Natanz è cominciato l'arricchimento dell'uranio al 20% e, nel pomeriggio di ieri, gli assalti organizzati dei basji alle ambasciate dei Paesi considerati più ostili, Italia in testa.
Da parte occidentale, ci sono stati un severo monito a rispettare i diritti umani quando, sempre l'11 febbraio, l'opposizione tornerà in piazza, la presa di posizione ufficiale di Stati Uniti e Francia (presidente di turno del Consiglio di Sicurezza) sulla necessità di promulgare nuove sanzioni entro breve tempo e la richiesta del premier israeliano Netanyahu che queste siano davvero "paralizzanti". Forse mai la tensione era stata così alta e le aspettative tanto cariche di interrogativi.
La prima incognita riguarda la natura del "pugno" che ci dovrebbe arrivare domani. Che cosa sta preparando il regime che possa farci così paura? Un attacco contro Israele, magari ad opera degli hezbollah libanesi? Un nuovo esperimento con missili che possono raggiungere l'Europa? Un giro di vite contro le imprese straniere che operano nel Paese? Una rottura dei rapporti diplomatici? Gli analisti si scervellano, ma non arrivano a immaginare nulla che, alla fine, non possa ritorcersi contro gli stessi ayatollah.
La seconda concerne la possibilità che Teheran compia l'ennesima giravolta, e finisca con l'accettare l'offerta occidentale di fornirle l'uranio arricchito al 20% di cui dice di avere bisogno per un reattore con finalità mediche, in cambio della consegna del suo stock di 1.700 chili di uranio al 3,5, da cui dovrebbe partire per costruire la bomba. Fino adesso la risposta è stata negativa, ma visto che ora anche la Russia sembra disponibile a un inasprimento delle sanzioni, il presidente Ahmadinejad potrebbe ancora cambiare idea.
La terza verte sulla possibilità che il Consiglio di Sicurezza vari davvero quelle "misure paralizzanti" che possano indurre l'Iran a rinunciare all'atomica. Mosca sembra disponibile, ma la Cina ha insistito ancora ieri sulla necessità di proseguire i negoziati e sul timore che una nuova risoluzione punitiva pregiudichi ogni possibilità di soluzione diplomatica.
Ma ad osteggiare, per varie ragioni, un quarto round di sanzioni ci potrebbero essere anche il Libano, appena tornato nell'orbita della Siria, il Brasile, che di recente ha ricevuto Ahmadinejad con tutti gli onori, la Turchia, la Nigeria e il Gabon, cioè un numero sufficiente di Paesi per rendere il veto di Pechino addirittura superfluo.
Infine, ci si chiede a che punto è veramente la corsa dell'Iran verso la bomba, che gli ayatollah insistono a negare. Se a lavorarvi fosse solo l'impianto di Natanz, il traguardo sarebbe ancora lontano, perché per fabbricare l'atomica l'uranio arricchito al 20% non basta: è necessario quello al 90%. Ma, dopo la recente scoperta di un'altra installazione segreta nei pressi di Qom, americani e israeliani hanno la quasi certezza che la vera preparazione si svolga altrove, in centrali sotterranee finora sfuggite sia agli ispettori dell'Aiea sia alle indagini dei servizi segreti, e che permetterebbero a Teheran di mettere presto il resto del mondo davanti al fatto compiuto.
L'isteria del regime è acuita dall'attesa per quello che l'opposizione farà domani. Khamenei ed Ahmadinejad hanno cercato, da un lato, di screditarla accusandola di essere al soldo dello straniero, dall'altro di intimidirla con alcune esecuzioni capitali e la minaccia di altre condanne a morte. Tuttavia, i riformisti Moussavi e Kharroubi hanno egualmente invitato i suoi sostenitori a scendere in piazza ed è fin troppo facile pronosticare un bis del 27 dicembre. Molti governi occidentali, compreso quello italiano (vedi le dichiarazioni di Berlusconi a Gerusalemme) si augurano ormai che la "rivoluzione verde" arrivi a rovesciare i falchi, ma le probabilità non sono molte; è più facile che il braccio di ferro sulla bomba prosegua fino in fondo, con la speranza che non si debba ricorrere alla soluzione militare.

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