Ma adesso occorre investire

L’approvazione, da parte del consiglio dei ministri, della riforma che riordina la scuola secondaria superiore apre le porte a una trasformazione sicuramente significativa del nostro sistema d'istruzione. La novità principale sembra costituita dalla radicale semplificazione degli indirizzi: da 450 a 6 per quanto riguarda i licei, da 39 a 11 per gli istituti tecnici, da 27 a 6 per i professionali.
Si riduce, così, a dimensioni accettabili la miriade di sperimentazioni che si erano andate accumulando nel corso degli anni e che aveva frammentato i corsi di studio, rendendo estremamente difficile anche l'orientamento delle famiglie al momento della scelta.
Certo, questa eccessiva ricchezza di possibilità era volta a recepire le istanze di una società anch'essa sempre più complessa, a riflettere il diversificarsi degli interessi e delle opportunità lavorative, a far fronte a nuove situazioni impensabili al tempo di Gentile. Da questo punto di vista non c'è dubbio che, per quanto opportuna, la riforma implica anche delle perdite. Si è cercato di limitarle al minimo recuperando, nel nuovo ordinamento, qualche importante acquisizione maturata in questi anni. Un esempio per tutti: lo studio della lingua straniera, che nei licei era originariamente limitato al biennio e che ormai era stato esteso quasi ovunque anche al triennio, con la formula della sperimentazione, ora entra a pieno titolo nei programmi di tutti e cinque gli anni della scuola superiore.
Da questo punto di vista, dunque, le reazioni delle opposizioni appaiono ingenerose. La riforma, in sé considerata, non segna certo la rovina della scuola italiana, come da qualcuno è stato detto polemicamente, anche se - lo diremo fra poco - non ne costituisce neppure la salvezza.
Quello che lascia molto perplessi, invece, è il modo in cui essa viene presentata. Il ministro Gelmini l'ha definita "epocale". Il presidente del consiglio, da parte sua, ha affermato che questa legge "ci rimette in linea con l'Europa". Sono affermazioni, nella migliore delle ipotesi, esagerate. Quello che si è fatto è, in fondo, di ritornare a uno schema del passato, di cui era stato l'avvio la riforma Gentile, che in questo modo non viene affatto sovvertita, ma se mai confermata. Non sono le etichette che cambiano la sostanza, anche se possono servire a identificarla meglio.
La verità è che per mettere davvero la scuola italiana "in linea con l'Europa" bisogna investire. Innanzi tutto sui docenti. Sono loro che fanno la qualità dell'insegnamento e da loro dipende, in definitiva, quella complessiva della scuola. In tutto il nostro continente siamo il fanalino di coda per quanto riguarda gli stipendi dei professori. Quello di insegnante è diventato da noi un lavoro di serie B, sempre più squalificato economicamente e, di conseguenza, anche socialmente. Un giovane brillante non sogna di diventare professore.
Questo non è certo colpa dell'attuale governo e sarebbe assurdo addebitarglielo. Ma esso non sta facendo nulla per affrontare il problema. Anzi, i tagli che sono stati effettuati hanno pesantemente penalizzato tutta la fascia dei giovani, che avrebbero dovuto costituire una nuova generazione più preparata ed entusiasta dei loro colleghi in via di pensionamento e che ora si sono visti esclusi da quello che credevano un imminente inserimento. La scuola italiana sarà a livello europeo quando lo saranno le carriere e le retribuzioni degli insegnanti, non per la riduzione degli indirizzi. Sarebbe più corretto, da parte del governo, riconoscere che non ci sono soldi, piuttosto che impegnarsi a dimostrare di poterne fare a meno.
E poi c'è, drammatico, il problema dello spessore educativo di questa scuola. Questa non è neppure questione di investimenti materiali. Né basta portarsi a livello europeo per quanto riguarda l'istruzione, che è cosa ben diversa dall'educazione, perché anche altrove quest'ultimo problema è gravissimo e non basta aumentare le retribuzioni degli insegnanti per risolverlo. La nostra scuola non educa più i ragazzi perché non dispone più di un orizzonte di valori condivisi su cui puntare. Anche se migliorassimo - e già sarebbe qualcosa! - il livello dell'istruzione, in modo da essere meno indietro nelle graduatorie PISA, dovremmo egualmente fare i conti con questo vuoto educativo, che la scuola non produce, ma che non è in grado di colmare.
Certo, in questa società è difficile trovare dei buoni modelli educativi e non c'è da stupirsi che le nostre ragazze crescano sognando di fare le veline e i nostri ragazzi assumano droghe. E bisogna riconoscere che il ministero non può fare molto, direttamente, per cambiare le cose. Potrebbe, però, evitare di dare l'illusione che sia bastato il cinque in condotta - peraltro di per sé legittimo e opportuno - a risolvere il problema. La scuola sarà quello che deve essere non perché ci sono ragazzi che a causa di esso vengono bocciati, ma quando non ce ne saranno più che meriteranno di averlo attribuito. Forse mettere all'ordine del giorno il problema - della prevenzione, non della semplice repressione - , farne l'oggetto di una riflessione da parte di tutti i protagonisti del processo educativo (famiglie comprese), sarebbe un passo nella direzione giusta. Allora sì potremmo sperare in una svolta epocale.

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