Cina - Stati Uniti, inizia il duello

È scontro vero o soltanto guerra di parole? Se portate alle estreme conseguenze, le crescenti tensioni che si registrano in questi giorni tra Cina e Stati Uniti potrebbero avere ripercussioni drammatiche: fine delle speranze di indurre Pechino a votare sanzioni più dure contro l'Iran al Consiglio di Sicurezza, interruzione dei negoziati a sei per indurre la Corea del Nord a rinunciare al suo arsenale nucleare, e soprattutto manovre cinesi in campo finanziario che potrebbero mettere Washington in serie difficoltà: "Basterebbe"scrive il Wall Street Journal"che i cinesi smettessero di finanziare il nostro gigantesco deficit di bilancio, o peggio, buttassero sul mercato una frazione degli 800 miliardi di dollari in buoni del tesoro americani che hanno in portafoglio per provocare uno sconquasso senza precedenti". Per fortuna, anche per i cinesi un conflitto aperto con l'America non sarebbe privo di rischi: se il dollaro affondasse, sarebbero i primi a rimetterci, e comunque una ricaduta dell'economia americana comprometterebbe gravemente le loro esportazioni.

Comunque vada, è certo che i rapporti tra i due Paesi, già sospettati dall'Europa di volere costituire un nuovo direttorio a due per soppiantare il G8 e governare insieme il mondo, sono entrati in una fase di estrema turbolenza. Il fatto nuovo è che a iniziare l'offensiva, stavolta, è stata l'America. Obama, che era partito con le migliori intenzioni, porgendo anche a Pechino il ramo d'ulivo, sembra essersi accorto che con i cinesi il guanto di velluto non funziona: i suoi interventi per un maggiore rispetto dei diritti umani sono stati snobbati o addirittura irrisi, le sue istanze per una maggiore collaborazione nella lotta ai gas serra frustrate, la sua visita a Pechino ridotta a un dialogo tra sordi. A un certo punto, la Casa Bianca deve avere maturato l'impressione che la Cina, forte della sua continua crescita economica, stesse cadendo in preda a una specie di complesso di superiorità, che la spingeva a comportamenti sempre meno collaborativi; di conseguenza, deve avere deciso di mandarle una serie di segnali per farle capire che gli Stati Uniti non sono disposti a farsi pestare i piedi.
Così, in rapida successione, Hillary Clinton ha denunciato Pechino per gli attacchi al motore di ricerca Google, il Pentagono ha annunciato la vendita di armi per 6,4 miliardi di dollari a Taiwan, Obama ha fatto sapere che intende incontrare il Dalai Lama quando tra dieci giorni visiterà gli Stati Uniti e la grande stampa americana ha rilanciato il caso dell'avvocato Gao, un famoso attivista dei diritti umani arrestato un anno fa. In tutti quattro i casi, la reazione cinese è stata durissima, soprattutto perché considera queste iniziative americane alla stregua di interferenze nei suoi affari interni. Ha minacciato "conseguenze molto gravi sui rapporti tra i due Paesi", ritorsioni contro tutte le aziende coinvolte nelle forniture militari a quella Taiwan (che considera parte integrante della Repubblica popolare) e agitato anche la temuta arma finanziaria. Specie per l'incontro di Obama con il Dalai Lama, le parole del portavoce del governo sono apparse quasi come un ultimatum: "La Cina si oppone fermamente a che il presidente degli Stati Uniti abbia contatti con il Dalai Lama con qualsiasi pretesto e in qualsiasi forma".
Che cosa accadrà ora? E' evidente che, né sulla vendita di armi a Taiwan, tra l'altro dovuta un base a una legge del 1979, né tanto meno sull'incontro con il leader spirituale tibetano, Washington può fare macchina indietro, e altrettanto evidente che Pechino deve dare un qualche seguito pratico alle sue parole se non vuole perdere la faccia. E', cioè, iniziata una partita che ai tempi della guerra fredda si chiamava "brinkmanship", e che un analista americano ha addirittura paragonato alla famosa crisi dei missili di Cuba. Per fortuna, in questo caso nessuno contempla opzioni militari, ma oggi due grandi Paesi si possono combattere anche con molte altre armi. Nell'interesse del mondo intero, c'è da augurarsi che entrambe le parti sappiano quando fermarsi.

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