Strategie diverse per le industrie del Sud

Gli operai dell'Alcoa sono in piazza. Cercano di salvare il posto di lavoro. Richiesta assolutamente legittima. Al ministero delle Attività Produttive è in corso una trattativa per trovare una soluzione. L'obiettivo è quello di portare a carico della collettività i maggiori costi dell'energia che la multinazionale Usa deve sopportare per produrre alluminio in Sardegna. C'è da domandarsi se questo trasferimento di ricchezza sia eticamente corretto. Quando un'impresa non produce utili, ma accumula perdite, non svolge alcuna attività sociale. Anzi rappresenta una inversione dei principi dell'economia in quanto toglie ricchezza da chi la produce per portarla verso aziende che la distruggono. Si finanzia la sopravvivenza di mille posti di lavoro, ma sottraendo denaro ad attività che potrebbero produrne ben di più. È evidente che l'imprenditore non ha nessun interesse a chiudere l'attività o una parte di essa. Se la situazione lo impone è una sconfitta per tutti: per la proprietà, per i lavoratori, per tutto l'ambiente circostante. Una partita senza alcun vincitore. In questo caso il tema è sempre lo stesso: gli impianti dell'Alcoa hanno sede in Sardegna. Si propone un tema simile a quello di Termini Imerese. Non si devono chiudere impianti nel Sud. Alla luce di questi due casi di crisi aziendale c'è da domandarsi se non sia finalmente il caso di operare scelte strategiche, perché aver continuato a finanziare i grandi gruppi (pubblici o privati) ha prodotto unicamente disastri. Sono state costruite immense cattedrali nel deserto sperando che il flusso dei fedeli creasse ricchezza. In realtà non è successo nulla. Intorno ai grandi impianti meridionali non è cresciuto nulla. L'esempio di Termini è simbolico. Qualunque pezzo da assemblare deve arrivare in Sicilia via nave. Turismo industriale ad alto costo. Non diversamente a Porto Vesme: un grande impianto che cresce in mezzo al nulla. È evidente che l'industrializzazione nel meridione deve essere profondamente ripensata. A cominciare dal fatto che occorre creare condizioni competitive che possano supplire alle "diseconomie" esterne. Il vero punto, allora, è inaugurare un processo che permetta la creazione di posti di lavoro "veri". Lo stesso discorso, ovviamente, varrebbe per Porto Vesme. Per salvare i posti di lavoro serve fantasia ed elasticità. Non la difesa blindata dell'esistente. Forse adesso i sindacati cominciano a capirlo.  È inutile utilizzare antichi ritualismi. Bisogna avere la forza di immaginare nuovi modelli produttivi e più moderne relazioni industriali. La Sicilia e la Sardegna sono lontane dai mercati di consumo. Per spingere le imprese a investire nelle due isole bisogna creare condizioni ambientali che annullino i maggiori costi di trasporto e di impianto. Altrimenti le aziende che producono ricchezza non verranno mai. E quelle che ci sono scapperanno.

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