L'intervista. Lottieri: "La Fiat di Termini può attrarre multinazionali"

«Se all'apparire dei transistor avessimo tenuto in vita le aziende che producevano valvole, avremmo salvato qualche posto e aiutato alcune famiglie, certo, ma a danno di tutti». Così Carlo Lottieri, esponente dell'Istituto Bruno Leoni di Torino.

Una tesi darwiniana. Il Papa all'Angelus di domenica aveva usato altre espressioni. E allora?
«La società deve mobilitarsi a sostegno di chi è in difficoltà, magari riscoprendo quella capacità di essere davvero "solidali", in modo serio ed efficiente, che avevano le vecchie società di mutuo soccorso e che certo non hanno i sindacati del nostro tempo. La Chiesa è maestra nella capacità di mettersi al servizio degli altri: anche in questa crisi darà il meglio di sé. Non ci sarebbe però nulla di evangelico nella pretesa di aumentare la spesa pubblica e il controllo statale della produzione, distorcendo ancor più un'economia già soffocata dalle burocrazie pubbliche e dal dirigismo».

La dottrina sociale della Chiesa ha segnato profondamente il pensiero economico dell'ultimo secolo?
«Certo. Però bisogna mettersi d'accordo sulle parole. Quando un'attività non produce utili, ma accumula perdite, in termini economici è semplicemente anti-sociale: non riscuote il consenso dei consumatori perché non ha saputo o potuto porsi al servizio della gente. Per giunta, quando si usano i soldi pubblici per salvare strutture decotte quello che avviene è semplice: si tolgono risorse alle imprese valide e si trasferiscono a quelle che non lo sono. Si finanzia la sopravvivenza di mille posti di lavoro, ma sottraendo denaro ad attività che potrebbero produrne ben di più. Alla fine il saldo è negativo e questo significa aver fatto, letteralmente, "macelleria sociale"».

A suo parere Termini va chiusa?
«Se Termini è oggi una realtà improduttiva, non c'è nulla di caritatevole nel buttare soldi in un pozzo senza fondo. Semmai c'è da domandarsi - alla luce delle difficoltà che riguardano il Mezzogiorno - se non sia finalmente il caso di operare scelte strategiche, perché aver continuato a finanziare la Fiat e gli altri grandi gruppi, pubblici o privati, ha prodotto unicamente disastri».

Chiudendo lo stabilimento però si consegna il territorio al dominio della mafia, non trova?
«Non è detto. Perfino una struttura come quella di Termini, che gli analisti giudicano inadeguato, potrebbe riuscire attraente a una multinazionale interessata a entrare nel mercato europeo e per questo obbligata a produrre nel vecchio Continente. La Fiat ha ragione a comportarsi da azienda multinazionale, ma la stessa logica deve adottare chi fino a ieri (sbagliando) l'ha finanziata e protetta, impedendo - come nel caso della cessione dell'Alfa - ogni presenza automobilistica non italiana nella Penisola. Avere a cuore le famiglie che perdono ogni sostentamento è doveroso».

Insomma alla fine anche un super-liberista come lei è d'accordo con Benedetto XVI.
«Per fortuna, un numero crescente di cattolici comprende sempre meglio che una vera carità si esercita quando non ci si abbandona al sentimentalismo senza curarsi delle conseguenze: magari aiutando un gruppo di mille persone ben visibili e organizzate (i dipendenti delle grandi imprese, in particolare) a scapito di innumerevoli disoccupati del tutto invisibili, ma impossibilitati a trovare un lavoro se non si lascia alle spalle l'assistenzialismo».

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