Protesta dei magistrati, le ragioni che dividono

Secondo il presidente dell'Anm Luca Palamara, i magistrati sono stati «uniti e compatti», e con la manifestazione di ieri contro il governo «hanno detto che non si può andare avanti senza riforme e con insulti». Secondo il Guardasigilli Angelino Alfano, invece, «ci sono state tante defezioni», che sarebbero una spia della irragionevolezza di una protesta utile solo a lanciare la campagna per le elezioni del Consiglio superiore della Magistratura. In realtà, fare un bilancio preciso di questa protesta, che si è svolta in 26 sedi diverse e con registi diversi, è ancora più difficile che valutare quante persone partecipano a una marcia. Che peso hanno, per esempio, le cinquanta toghe che hanno abbandonato la cerimonia romana quando ha preso la parola a nome del governo il loro ex collega Jonta? E quanto valgono, in rapporto ai rispettivi organici, i settanta che hanno fatto altrettanto a Napoli e a Bologna? E cosa significa che, per quanto ci risulta, l'unico procuratore generale a manifestare apertamente il proprio dissenso sia stato la "toga rossa" per eccellenza, il torinese Giancarlo Caselli? E per quale ragione i magistrati di Messina, pur dicendo di condividere il comunicato dell'Anm, sono rimasti ai loro posti, mentre quelli di Caltanisetta hanno preferito rifugiarsi in fondo alla sala e quelli di Palermo e di Catania se ne sono disciplinatamente andati, esibendo quella Costituzione che - secondo molti lettori maligni dei giornali on-line - avrebbero fatto meglio a leggere? E se nelle sedi calabresi di Catanzaro e Reggio tutti sono rimasti seduti, è solo per la peculiarità della situazione giudiziaria nella regione? Ufficialmente, solo gli iscritti a Magistratura Indipendente, la corrente più moderata, sono rimasti nelle aule; in realtà, anche molti altri si sono astenuti dalla protesta, e un numero ancora maggiore è rimasto a casa per non essere coinvolto in una sceneggiata che non condivideva. A dar retta a un noto avvocato milanese, neppure tutti coloro che se ne sono andati erano davvero convinti dell'opportunità del loro gesto: sono, cioè, usciti solo per conformismo, per un male inteso spirito corporativo o addirittura per non mettersi in cattiva luce di fronte ai militanti che, in magistratura, pesano più di loro. Diciamo dunque che - con buona pace di Palamara - abbiamo assistito a una manifestazione a macchia di leopardo, che difficilmente produrrà risultati pratici, salvo forse quello di diminuire ulteriormente quel prestigio della magistratura che - stando ai sondaggi - è precipitato rovinosamente dai tempi gloriosi di Mani pulite. Il Guardasigilli Alfano, che non è stato contestato solo perché ha avuto l'abilità di scegliere la sede dell'Aquila, è stato categorico nel ribadire che il governo è forte e proseguirà nella riforma organica della Giustizia. Se, come qualcuno prevede, il "processo breve" conoscerà una battuta di arresto alla Camera sarà per ragioni politiche e non per le pressioni delle toghe. Quanto al motivo più fondato della protesta - i buchi negli organici di certe sedi, la carenza del personale amministrativo e i ritardi nell'informatizzazione - magistrati ed esecutivo sono in fondo nella stessa barca: il problema è che per porre rimedio al problema ci vogliono soldi, anche più di quelli che i magistrati sprecano oggi in indagini cervellotiche, e Tremonti dice che non ci sono. Da varie sedi, comunque, è arrivata anche una giustificazione interessante della lentezza della nostra Giustizia: siamo troppo litigiosi, più di tutti gli altri popoli europei. La prova? Da quando è stato creato il reato di “stalking”, nella sola Roma sono state sporte 232 denunce; e magistrati e cancellieri sono sempre gli stessi.
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