Il suicidio del Palermo al San Nicola

Quesito semplice semplice: cosa succede ad una squadra di calcio che regala agli avversari due gol, un rigore e un giocatore? La risposta è altrettanto semplice: perde. E per quanto possa sembrare arida e schematica questa analisi, questo è esattamente ciò che è accaduto sabato sera al San Nicola di Bari, sintetizzato in meno di venti parole. Perché se è vero che ci sono sconfitte che è difficile spiegare, è altrettanto vero che esistono sconfitte che hanno un filo conduttore preciso. Schizofrenico magari, difficile da digerire sicuramente, ma chiaro e preciso. Il Palermo a Bari ha fatto tutto questo. Ha perso facendosi male con le proprie mani, e si è in un certo senso “suicidato”, regalando ai volonterosi ragazzi di Ventura tutto quello che era possibile elargire, e che abbiamo elencato all’inizio. Perché non ce ne voglia il bravo tecnico del Bari, ma era chiaro a tutti che dopo il gol da antologia di Pastore, sul 2-2 e con 35 minuti da giocare, il Palermo era assolutamente il favorito della gara, con l’inerzia tutta dalla propria parte e probabilmente non avrebbe mancato l’appuntamento con i tre punti. E invece è andata diversamente. Certo, Ventura, da vecchio saggio del pallone, la gara se l’era studiata bene. Aveva dichiarato che temeva il Palermo come l’Inter, e sul campo ha dimostrato che non mentiva. 4-4-2 ben chiuso, Allegretti sulla sinistra a compattare un centrocampo guidato da un ottimo Almiron, e gioco basato sulle ripartenze veloci di Alvarez (ma la Roma come l’ha lasciato andar via?), Barreto e Castillo. Magari sperando nel pressing su Liverani. Una ricetta perfetta, visto che in sette allucinanti minuti iniziali ha prodotto due gol. Dopo quest’uno-due degno del miglior Tyson, il Palermo ha dimostrato però che una grande lo è davvero, risalendo la corrente e recuperando terreno e risultato. Poi il disastro: l’espulsione incomprensibile (per l’esperienza che ha) di Liverani, il rigore netto su Masiello e il sigillo finale di Koman. E noi a ripeterci “peccato, che peccato”.
E’ chiaro che sarebbe troppo facile adesso, a bocce ferme, giocare al tiro al piccione. Le distrazioni difensive dei primi dieci minuti, il fallo ingenuo di Liverani, il disastro Melinte. Tutti facili bersagli di una serata orribile da dimenticare in fretta. A lanciare i suoi strali infuocati ha già pensato (come è suo pieno diritto) il presidente Zamparini, e onestamente non ritengo sia opportuno mettere altro sale sulle ferite. In genere si usa dire che ogni anno c’è una “partita pazza”, una di quelle che sembrano segnate da un curioso destino (ricordate l’1-5 con l’Udinese, o lo 0-4 nel derby?). Ebbene, per quest’anno speriamo di aver pagato dazio sabato sera a Bari. A noi invece piace pensare che il Palermo, pur perdendo in modo sonoro e incassando in una sola serata più gol di quanti ne avesse incassati nelle ultime otto giornate, ha mostrato carattere e volontà. Ha impiegato appena 45 minuti per rimontare due gol e riprendere una gara che sembrava saldamente nelle mani degli avversari. Ha tenuto l’iniziativa per lunghi tratti dell’incontro, sfoderando un Pastore da nazionale “albiceleste” e un Cavani inesauribile. Ha messo seriamente paura ad un Bari che ha dimostrato una volta di più di essere una compagine quadrata, solida e con uno spirito di gruppo ammirevole. Occorre, come hanno detto Nocerino e Miccoli dopo la gara, ripartire proprio da queste consapevolezze, cancellando gli errori clamorosi di una serata troppo brutta per essere vera. Niente panico quindi, e tanta voglia di ricominciare già da sabato, contro il Parma guidato da un vecchio amico: Francescco Guidolin. Un Parma che domenica non ha giocato e che usufruirà delle assenze certe di Bovo e Liverani. Meglio non fargli, quindi, altri regali.

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