Immigrati e il dibattito sempre acceso

Ieri mattina, nella mia consueta trasmissione del venerdì sulla radio Rtl, ho chiesto agli ascoltatori di commentare la frase pronunciata da Silvio Berlusconi a Reggio Calabria sugli immigrati. La frase testuale era questa: «I risultati del contrasto all'immigrazione clandestina sono molto positivi. La riduzione degli extracomunitari significa meno forze nelle schiere della criminalità». Ho ricordato anche il commento di Anna Finocchiaro: «L'accostamento è offensivo» e ho domandato chi avesse ragione. Il pubblico della trasmissione è bipartisan. Sono rimasto perciò sorpreso dai risultati. Sono arrivati fino a quindici messaggi al minuto e parecchie telefonate. Ma se ho saputo orientarmi in quella selva, soltanto un ascoltatore ha dato torto al presidente del Consiglio. I toni delle risposte erano ovviamente diversi: molti ultimativi e perfino offensivi nei confronti degli immigrati, altri più articolati. Ma un elemento li univa in modo impressionante: fuori gli immigrati clandestini. E non pochi si spingevano a dire: fuori gli immigrati perché ci tolgono il lavoro. Ho cercato di spiegare che questo non è vero. Negli ultimi due anni gli italiani hanno perso ottocentomila posti di lavoro e gli immigrati ne hanno guadagnati quattrocentomila. Vuol dire che almeno in quattrocentomila casi gli italiani hanno rifiutato il lavoro. La sensazione ricavata dal complesso delle risposte è tuttavia un generico senso di paura del diverso: «abito in una zona in cui tutte le case sono state danneggiate», «il rumeno che ha violentato la ragazzina ha detto che farà un altro stupro appena uscirà dal carcere», «nella mia zona non si può più uscire di casa» e così via. Un paio di agenti della polizia penitenziaria hanno lamentato il costo pazzesco del servizio reso ai detenuti, di cui un terzo sono clandestini. «Ho speso 7000 euro per le cure ortodontiche al mio bambino - ha detto un agente - e gli immigrati clandestini in carcere fanno la fisioterapia…». Ho osservato che ai detenuti non viene messo l'apparecchio per correggere i denti e che l'attività rieducativa per chi abbia avuto un trauma fisico, detenuto o no, è doverosa. Ma sentivo di parlare a un pubblico che si muoveva su una lunghezza d'onda diversa: «perché io debbo fare mesi di coda e pagare il ticket per una tac e il detenuto ce l'ha gratis a tamburo battente?». I dati, purtroppo, sono impietosi. Quasi il 95 per cento degli spacciatori di droga sono clandestini, come quasi il 70 per cento dei borseggiatori. E su cento persone denunciate per reati di droga nel 2009, oltre un terzo sono immigrati. La stretta del governo ha migliorato la situazione: basti dire che da quando il 5 maggio 2009 è entrato in vigore l'accordo con la Libia per far tornare indietro i barconi, il numero dei migranti arrivati sulle nostre coste è intorno ai tremila, contro i ventiseimila dello stesso periodo dell'anno scorso. È vero che la maggior parte dei clandestini è fatta da persone che entrano col visto turistico e poi fanno perdere le loro tracce, ma bisogna riconoscere che la tendenza si è invertita. Ciascuno fa il suo mestiere e la Chiesa non può che ricordare ai governi che i migranti sono spesso persone disperate. Ma il confine tra la carità e la sicurezza spesso è labile. Se l'Onu non fosse un costoso ente inutile, gestirebbe direttamente in Africa il fiume di denaro degli aiuti internazionali che finisce in larga parte a regimi corrotti e stabilirebbe all'origine chi è un vero rifugiato politico. Ma l'Onu non esiste e l'Europa deve cavarsela da sola. Alla luce dell'esperienza di Rosarno (e della prossima in incubazione a Castelvolturno, in provincia di Caserta), al governo si può chiedere di stringere i controlli sugli imprenditori che sfruttano questi nuovi schiavi, intervenendo semmai con incentivi sul costo del lavoro. Per ora è passato il messaggio che l'Italia non ha più le frontiere aperte. Tanto è vero che gli schiavisti hanno cambiato rotta puntando sulla Corsica e allarmando molto Nicolas Sarkozy che è intervenuto subito con pugno di ferro...

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