Obama e i “nervosismi” americani

Un messaggio sullo "stato dell'Unione" è di solito un consuntivo o un preventivo, una recitazione di risultati raggiunti o un elenco di promesse. Può essere una auto esaltazione o un'autocritica. Non è stata né l'una né l'altra cosa: l'occasione era importante, Obama non l'ha usata per tracciare, come avrebbe potuto e forse dovuto, una Nuova Frontiera in termini positivi o propositivi, ma non ha neanche pronunciato una arringa di autodifesa. È rimasto a mezza strada, il che lo cautela dalle conseguenze di nuove delusioni ma lo priva, almeno in parte, del vantaggio forse più rimarchevole della sua carica: quello che gli americani spesso chiamano il "pulpito" della Casa Bianca.
Non ci sono state "dichiarazioni di guerra", indicazioni drammatiche di obiettivi, definizioni aspramente polemiche dell'opposizione. Ci sono state molte ammissioni ma nessun reale mea culpa. Obama ha riconosciuto che l'opinione pubblica americana prova, soffrendone, la sensazione di un "deficit di fiducia" nel "governo", formula anglosassone che include l'intera classe politica compresa l'opposizione.
C'è un riconoscimento di responsabilità in questo, in larga misura condivisa. Gli americani sono complessivamente "nervosi e irati" per il ritmo insufficiente della ripresa economica dopo la fortissima recessione. Il presidente si è impegnato a "capire meglio qual è la sfida" e ad agire "con più audacia".
"Dobbiamo riconoscere che quello che fronteggiamo in queste ore non è soltanto un deficit in dollari: è un deficit in termini di dubbi profondi e corrosivi di una "montagna di debiti", di allarmanti ritardi "nell'economia, nell'educazione, nell'energia, nell'assistenza medica e nella sicurezza nazionale". In questo mea culpa nazionale Obama non ha però mancato di indicare il principale colpevole: la crescente influenza degli "interessi speciali", delle lobby che troppo spesso impongono interessi privati sugli interessi e sulle necessità vitali della nazione.
Polemiche sostanzialmente contenute, severità e preoccupazione sulle questioni di fondo, toni più accorati che rivendicativi, critici più che accusatori. In termini pratici, di strategia politica in una data che segna anche l'inizio della campagna elettorale per il rinnovo del Congresso nel novembre prossimo, Obama si è rivolto più ai repubblicani che ai democratici ma soprattutto agli "indipendenti", agli indecisi che non sanno ancora come valutare il suo primo anno di presidenza e, di conseguenza, se confermarlo o punirlo alla prima occasione. Gli indipendenti si sono schierati in larga misura con Obama nel novembre2008, lo hanno"castigato" da allora in alcune elezioni locali, ultima la "rivolta" nel Massachussetts, al punto di eleggere un repubblicano semisconosciuto. I democratici restano più numerosi dei repubblicani su scala nazionale ma non dispongono in questo momento di una maggioranza di consensi. I repubblicani hanno problemi egualmente gravi anche se di segno apparentemente opposto: conducono una campagna di opposizione intransigente che non esclude demagogia e semplicismo e soprattutto punta su una ulteriore polarizzazione del dibattito politico in America.
Dove vincono è perché hanno saputo mobilitare meglio il proprio elettorato più tradizionale, trascurando l'elemento moderato. Hanno cavalcato le diffidenze istintive nei confronti del «rinnovamento». Come Obama si mostra troppo timido, i suoi futuri sfidanti fanno a gara per accaparrarsi i settori più "estremi" dell'elettorato conservatore. Obama avrebbe potuto montare una controffensiva altrettanto martellante e ringhiosa.
Le sue parole sullo "stato dell'Unione" paiono confermare che egli ha scelto la strategia opposta.

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