Il balletto degli incentivi

Incentivi sì, incentivi no, incentivi forse. Il governo ieri ha dato una prima garanzia di rinnovo. Senza, però, fornire certezze né sui tempi né sull’ammontare degli aiuti. Se c'è una cosa che i mercati, nella loro definizione più vasta, non digeriscono è l'incertezza sui tempi e sui modi di futuri provvedimenti. La «depressione» in cui secondo i l'Associazione dei concessionari sembra ripiombato il mercato dell'auto italiana in queste settimane è figlia di troppa incertezza. Incertezza che se proiettata sull'intero anno potrebbe costare fino a 200 mila vetture in meno vendute nel nostro Paese. La recessione a quel punto non colpirebbe solo Fiat, con cui governo e sindacati sembrano voler ingaggiare un braccio di ferro, ma l'intero settore automobilistico nazionale. I trentamila cassa integrati della Fiat potrebbero diventare diverse centinaia di migliaia. A essere coinvolti non sarebbero solo i dipendenti del Lingotto ma tutti quelli degli altri gruppi automobilistici che operano in Italia.
Il tema, in fin dei conti è tutto qui. Nell'incertezza sugli incentivi il mercato sta crollando. Addirittura del 50% sull'anno precedente in base alle prime indicazioni che vengono dalle concessionarie. Una verità che sembra difficile da contestare. La crisi che morde, il futuro che diventa incerto, la domanda che cade. Se non c'è domanda a che cosa serve produrre automobili? A riempire i piazzali e basta. Marchionne non ha l'aria di essere un manager inesperto. Certo se avesse file di clienti davanti ai concessionari non bloccherebbe gli impianti. Se lo fa non è furbizia ma semplice considerazione dell'esistente. E allora è il caso di lasciar perdere gli inestetismi della propaganda e far lavorare il mercato. Gli incentivi servono o non servono? Se anche concordassimo sulla loro inutilità bisognerebbe poi mettersi d'accordo. La decisione di tenerli o cancellarli non può essere presa da un solo Paese. È una scelta europea. O tutti o nessuno. Al momento non c'è concordanza di orientamenti. Fino a quando non ci sarà un percorso condiviso non c'è molto da fare. Il cliente non compra. Un po' perché magari non ha i soldi. Un po' perché aspetta di vedere come finisce. In ogni caso bisogna tener presente che non si tratta di contributi a fondo perduto: gli incentivi sono soltanto degli stimoli che poi lo Stato recupera con gli interessi in termini di maggiore Iva e di tasse sul reddito pagate dalle aziende. Se non ci fossero questi aiuti, invece, bisognerebbe stanziare risorse aggiuntive per finanziare la cassa integrazione e gli altri ammortizzatori sociali. In questo senso gli incentivi per l'auto non sono una spesa per lo Stato ma un guadagno. Non si capisce allora la crociata per azzerarli. Non c'è molto altro da discutere. A Termini hanno deciso di fare le barricate. A Roma il governo mostra di essere molto irritato. Il sindacato addirittura parla di ricatti. Nessuno che si interroghi sulla domanda vera: che cosa bisogna fare perché l'industria dell'auto riparta? Non è una domanda oziosa. La Fiat da sola vale circa il 3% del Pil. Come diceva il vecchio Enrico Cuccia quello che va bene per il Lingotto va bene per il resto del Paese. Ogni altra considerazione appare fuori luogo. Per capire l'ampiezza della materia basterà ricordare il durissimo braccio di ferro in Francia tra la Renault che vuole spostare in Turchia le linee di montaggio della Clio e il presidente Sarkozy fortemente determinato a impedirlo. Insomma il futuro dell'auto è materia sul tavolo di tutte le cancellerie europee. Serve una soluzione rapida e condivisa.

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