Fiat, abbandoniamo la propaganda

La Fiat ha deciso di interrompere la produzione a Termini. A determinare una  scelta tanto drastica il fatto che ormai lo stabilimento è ingovernabile.  Continui scioperi, blocchi stradali, cancelli presidiati che impediscono l'accesso dei camion dei fornitori. Merce lasciata per strada che può essere  facilmente rubata. I sindacati pensano di salvare così l'impianto? Un calcolo certamente sbagliato che ha portato al risultato opposto. La produzione è stata interrotta in anticipo. Solo quando saranno ripristinate le condizioni minime di agibilità le catene di montaggio torneranno a funzionare.
La decisione della Fiat è pesante. L'atteggiamento dei sindacati che hanno  reso la fabbrica simile ad un far west si commenta da solo. La legalità deve  valere per tutti. Per l'impresa nei confronti dei propri dipendenti. Ma anche  viceversa: non si può trasformare un'officina in una terra senza regole. Il tutto matura in un clima di contrapposizione determinato dalle scelte di questi giorni. La Fiat bloccherà la produzione per due settimane in tutta Italia perché gli ordini stanno calando. Il governo ha messo la faccia dura. Raffaele Bonanni addirittura ha parlato di "ricatto". Come se Marchionne dovesse continuare a produrre se non c'è domanda. Come se la Fiat, di fronte a concessionari pieni di clienti tagliasse la produzione. Se non ci sono clienti a che cosa serve produrre auto? A riempire i piazzali e basta. E allora è il caso di lasciar perdere gli inestetismi della propaganda e far lavorare il mercato. Gli incentivi servono o no?
La decisione di tenerli o cancellarli non può essere preso da un solo Paese. È una scelta europea. O tutti o nessuno. Al momento non c'è concordanza di orientamenti. Fino a quando non ci sarà un percorso condiviso non c'è molto da fare. Il cliente non compra. Un po’ perché magari non ha i soldi. Un po' perché aspetta di vedere come finisce. Inutile acquistare oggi un'auto che fra qualche settimana potrà essere presa ad un prezzo più basso. La Fiat, come tutti gli altri costruttori si dibatte fra questi problemi. Per capire l'ampiezza della materia basterà ricordare il durissimo braccio di ferro in Francia tra la Renault che vuole spostare in Turchia le linee di montaggio della Clio e il presidente Sarkozy fortemente determinato a impedirlo. La partita è tutta qui. Ed è una partita che si gioca sul tavolo europeo. Che c'entra il ricatto? E soprattutto: a che servono i disordini di Termini? Abbiamo sempre detto che servono soltanto a perpetuare vecchi riti. A riproporre vecchie logiche che hanno prodotto solo disastri. Non possiamo che ripetere il nostro appello alla ragionevolezza di tutti. Si lascino le piazze e si vada al tavolo per verificare quale futuro può avere a Termini un’industria in grado di stare sul mercato. Senza sussidi.

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