Il torbido rapporto tra politica e mafia

Salvatore Cuffaro, presidente della Regione ieri, vicesegretario nazionale dell’Udc oggi, vede confermata la condanna nel giudizio di appello. Con una aggravante in più. I giudici di oggi, a differenza di quelli di ieri, ritengono che Cuffaro abbia favorito l’intera organizzazione mafiosa. Non soltanto alcuni suoi adepti. Valutazioni diverse che solo la lettura delle motivazioni potrà chiarire. Del resto, come sempre, nel contesto siciliano, si intrecciano tra mafia, politica e burocrazia responsabilità penali e responsabilità politiche. Non sempre tra i due livelli la distinzione è netta. Per accertare quelle di Cuffaro bisognerà attendere il giudizio della Cassazione. Il processo resta in corso… Aspettando, possiamo ripetere quanto scrivevamo dopo la prima sentenza. Il processo contro Cuffaro, un importante imprenditore e uomini dello Stato, conferma quanto torbido sia nell’Isola il rapporto tra politica e mafia.
L’azione di contrasto ha raggiunto risultati straordinariamente importanti. Cosa nostra registra sconfitte sempre più forti sul piano militare. Ma c’è un’aria grigia legata agli affari e alla spesa pubblica che inquina le istituzioni. Su questo fronte i progressi sono lenti. Terribilmente lenti. Le regole che contano nel rapporto fra centrali politiche ed economia pubblica sono al di fuori di ogni spinta riformista. Ancora nomine e carriere sono dominate da logiche di appartenenza. Non da chiari curriculum di merito. Norme e regolamenti favoriscono il condizionamento degli appalti da parte di lobby di ogni tipo. Prevale un contesto favorevole alle incursioni di gruppi di interesse e mafie di ogni genere. Chi, in Sicilia, vuol proporre il cambiamento se non parte da qui parla a vanvera.
Su una cosa, poi, bisogna esser chiari. Cuffaro è stato condannato. Per la seconda volta. Errori e responsabilità sono evidenti. Li ha riconosciuti egli stesso. Ma il processo non chiude né apre alcuna fase. Non si è a un cuffarismo come patologia pubblica che comincia e finisce con lui. C’è in Sicilia un sistema di potere prevalente e diffuso. Nel quale uomini come lui hanno operato prima e dopo di lui. Che resta, oggi, largamente immutato. Dove si alternano colpevoli puniti e tanti impuniti. Un sistema che è al di sopra degli schieramenti e dei luoghi geografici. Che si afferma nel paese e nelle regioni. Che però, in quelle del Sud, è esposto a un rischio in più: quello della mafia. La rimozione di questo sistema deve stare al centro delle riforme che contano. Ma è ancora fuori da ogni agenda politica. In Sicilia come altrove. Commentando il caso Cuffaro sarebbe cosa opportuna e giusta che uomini della politica e governanti di ogni colore riflettessero su questo. Ma non vediamo molto di nuovo sotto il sole. 

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