Gli ospedali italiani? Vecchi e trascurati

Ogni anno nel nostro Paese, si determinano 450-700 mila infezioni ospedaliere con 5-7 mila morti. Altro che prevenzione

Gli ospedali in Italia sono ben provveduti, hanno splendide sedi, forniscono cibi e bevande ottime, il personale è assai diligente, i medici dottissimi.
Purtroppo - ahimè! - questa non è la radiografia dell'odierno sistema ospedaliero italiano. Sono parole, infatti, di Martin Lutero - il monaco agostiniano tedesco, riformatore della teologia e della cultura religiosa - che risalgono al lontano 1511, in occasione della sua visita nel nostro Paese.
Drammatici accadimenti, taluni mortali, avvenuti nei giorni scorsi in strutture sanitarie di varie regioni italiane, accomunati dal nome lutulento di “malasanità”, hanno determinato invettive, con affermazioni e titoli urlati da parte di politici e giornali; l'invasione dei batteri; l'ospedale dei morti; bollettino di guerra; la malasanità fa strage.
In genere accusa e denunce, da parte dei pazienti e cittadini, sono rivolte solo ai medici per il rapporto duale con il malato e al personale sanitario. Vengono trascurati, per contro, inefficienze gestionali, difetti organizzativi e obsolescenze strutturali. Anche un solo morto per imperizia e negligenza è, certamente, evento tragico e inaccettabile ed eventuali responsabilità o colpe vanno perseguite con rigore. Ma in ogni caso tutti questi fatti impongono alcune riflessioni sulla nostra sanità.
A premessa due considerazioni che possono sembrare ardite. La sanità pubblica italiana (riformata con la legge 833 del 23 dicembre 1978) è un sistema universale e solidale, valutato nel 2002 come secondo in Europa e in campo internazionale. Rilevazioni recenti lo hanno declassato, pur navigando sempre nella zona alta della graduatoria. Per usare un termine calcistico si colloca nella “Zona champion” della classifica. Il complesso di principi e norme però è stato applicato male e in maniera disomogenea, con carenze più evidenti al Sud, determinando l'Italia della disuguaglianza sociale e sanitaria.
Malgrado mille difficoltà i medici e i professionisti dell'area sanitaria in Italia vengono preparati con sufficiente qualità: pur con luci e ombre, sia nei corsi di laurea che nelle scuole di specializzazione. Percorsi formativi oggi in profonda fase di trasformazione, con conseguenti carenze gestionali e strutturali, specie per gli interventi previsti in tema di tirocinio. Per superare questi deficit è necessaria una sempre maggiore e paritaria collaborazione tra atenei e strutture del Servizio sanitario nazionale. È testimonianza della dignitosa qualità della formazione il successo che i medici e gli specialisti italiani riscuotono quando si trasferiscono all'estero per lavoro.
Una seria e obiettiva analisi della nostra sanità evidenzia 10 emergenze o criticità, che determinano lacune, insufficienze e talora drammi. Un vero e proprio decalogo. In estrema sintesi: forti carenze e discontinuità nella rete della prevenzione; malaffare e infiltrazioni mafiose che causano altissimi costi e scadente funzionalità; lottizzazioni politiche con scientifica conquista di ruoli gestionali e assistenziali; distorto concetto di aziendalizzazione, intesa quasi esclusivamente come produttività e pareggio di bilanci; coscienza del lavoro assai limitata con medici talora divenuti grigi burocrati, per cui non si realizza una sanità a servizio del cittadino; terapia del dolore e assistenza domiciliare assai primordiali o assenti; sistema della riabilitazione molto disomogeneo e limitato, con ridotta e scadente assistenza per anziani e lungodegenti; limitata diffusione delle linee guida sul rischio clinico, collegata a inattuata visibilità e rintracciabilità del paziente ospedalizzato; controlli limitati e incostanti per verificare la corretta applicazione di regole, procedure, protocolli; vetustà e inadeguatezza di strutture ospedaliere. Quest'ultimo elemento merita un approfondimento.
I due terzi degli ospedali del nostro Paese sono molto antichi e talora vecchissimi, quasi residuati archeologici. Il 30 per cento, infatti, è stato costruito fra il 1941 e il 1970; il 20 per cento dal 1901 al 1940; il 6 per cento dal 1801 al 1900; il 10 per cento prima del 1800. Parliamo, per i più antichi, dell'epoca in cui la filosofia sanitaria era finalizzata a creare: sanatori, dispensari, gerontocomi e brefotrofi; manicomi, lebbrosari, ostelli di ricovero, lazzaretti, ospedali d'isolamento e contumaciali, infermerie.
Per contro si rileva una continua crescita esponenziale di centri e ospedali privati o para-privati, nuovi o di eccellente appeal.
Nel Sud si aggiunge l'oltraggio di ospedali incompiuti e bloccati, per irregolarità strutturali (per esempio impiego di cemento depotenziato a fini di lucro indebito), illegittimità, compartecipazioni criminali che hanno determinato l'intervento della magistratura o degli organi di controllo. Scheletri inutili che offendono non solo il paesaggio ma il sentire dei cittadini.
È evidente che strutture obsolete e insalubri, collegamenti aperti o fatiscenti coniugati con comportamenti scorretti contribuiscono fortemente a determinare le infezioni ospedaliere, specie nei soggetti più fragili. Si calcola che, ogni anno in Italia, si determinano 450-700 mila infezioni ospedaliere con 5-7 mila morti. Altro che prevenzione!
È il momento di occuparsi del divario strutturale e qualitativo dell'offerta pubblica di salute, che determina disuguaglianze di assistenza sanitaria. Quello del Meridione è il più antico tra gli svantaggi di salute nazionali.
Bisogna perseguire la meta che è definita «equità orizzontale», che significa uguale opportunità ai cittadini e uguale accesso ai servizi sanitari per uguale bisogno. In Sicilia (e a Palermo, di cui parleremo domani) rappresenta una priorità dell'agenda politica.
(1- continua)

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