Gli occhiali tridimensionali diventano un accessorio

Boom grazie al film Avatar. Ma le aziende specializzate e i designer si dividono: c'è chi li snobba e chi li studia

Roma. Gli occhiali tridimensionali, quelli indispensabili per i fruitori di home video e per gli spettatori di film come Avatar, l'ultimo successo di James Cameron già campione d'incassi, dividono aziende specializzate e designer, tra chi li snobba e chi li studia. Se da un lato c'é infatti chi ci pensa su e segue "l'evoluzione del prodotto", come spiega Giovanni Acconciagioco, socio di Lapo Elkann per il settore occhiali nel marchio Italia Indipendent, dall'altro c'é invece chi ritiene che si tratti di "un oggetto di semplice cartoplastica, fantastico come veicolo di marketing, ma lontano dall'essere paragonabile ad un occhiale vero", come giudica Stefano Bozzo, licensing manager di Police (Gruppo De Rigo).    
   In realtà gli occhiali tridimensionali di oggi sono molto diversi da quelli di carta usati negli anni Cinquanta dagli spettatori di Bwana Devil, considerato il primo film in 3d della storia. Il monopolio del mercato è diviso oggi fra tre aziende leader: Dolby, RealD, XpanD, che producono occhiali tridimensionali solo apparentemente banali, realizzati in realtà con sofisticate tecnologie. Le lenti utilizzate sono infatti polarizzate; oppure lenti che filtrano le differenti frequenze di rosso, verde e blu; o ancora lenti dotate di otturatori Led a batteria che si aprono e si chiudono secondo la scena del film.
   "E' un'idea interessante - dice Acconciagioco - ma li vedo come un prodotto usa e getta. La filosofia di Italia Indipendent é invece quella di realizzare prodotti durevoli nel tempo. E' però un fenomeno da analizzare. Se dovesse esserci nel tempo una maggiore penetrazione del mercato e se gli occhiali tridimensionali dovessero trasformarsi in un vero accessorio dal punto di tecnico, migliorando la qualità delle lenti, allora si potrebbe pensare di produrli".
   Di diverso parere, Stefano Bozzo, manager di Police, uno dei marchi di proprietà assieme a Sting e Lozza, della De Rigo, terzo gruppo mondiale della occhialeria, dopo Luxottica e Safilo. "Credo si tratti di un prodotto valido per un'operazione di comunicazione, ma non è un business" spiega Bozzo. "Un'azienda specializzata - aggiunge - non è neppure organizzata a livello di macchinari per fare occhiali credo di cartoplastica. Dovremmo avere una tipografia per produrli".       

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