Gli Usa e la strategia yemenita

Che Washington prepari un attacco contro quella che, sotto la guida dello sceicco Anwar Al Awlaki, è diventata la cellula più efficiente e intraprendente della galassia di Bin Laden è fuori di dubbio

I segnali sono inequivocabili: sabato Obama ha accusato la sezione yemenita di Al Qaeda di essere l'organizzatrice del fallito attentato all'aereo Amsterdam-Detroit; domenica il generale Petraeus, comandante supremo dello scacchiere asiatico, si è recato a Sanaa per conferire con il presidente Saleh, studiare le modalità della ritorsione e promettere un aumento degli aiuti militari da 67 a 150 milioni di dollari annui; contemporaneamente, sono state chiuse per ragioni di sicurezza le ambasciate degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e della Francia; nella serata di ieri, infine, due TV arabe hanno segnalato movimenti di navi americane nel golfo di Aden. Che Washington prepari un attacco contro quella che, sotto la guida dello sceicco Anwar Al Awlaki, è diventata la cellula più efficiente e intraprendente della galassia di Bin Laden è fuori di dubbio: tutto sta a vedere quale forma prenderà, perché non si tratta soltanto di infliggere le maggiori perdite possibili all'avversarioe di neutralizzarlo, ma anche di minimizzare le reazioni negative del mondo islamico, di non danneggiare il governo amico di Saleh e, se possibile, di evitare l'apertura di un nuovo fronte permanente.
Lo Yemen, Paese di origine di Osama, è nel mirino di Washington da quando dieci anni fa ad Aden una barchino carico di esplosivo si lanciò contro l'incrociatore "Cole", rischiando di affondarlo e uccidendo una ventina di marinai. Da allora si sono susseguiti numerosi attentati e rapimenti, attribuiti a gruppi vicini ad Al Qaeda, compreso uno spettacolare attacco all'ambasciata USA, ma l'azione dei terroristi - valutati a 250-300 uomini - sembrava circoscritta e, fino a un mese fa, neppure la CIA si era resa conto che il Paese stava diventando la base per azioni a largo raggio. Solo a metà dicembre, quando furono intercettati quattro "kamikaze" che avevano come obbiettivo altrettante rappresentanze straniere, l'allarme si è fatto rosso. Sembra che sia stato proprio l'unico attentatore sopravvissuto a rivelare che nelle basi del deserto erano arrivati - anche dal Pakistan - numerosi aspiranti martiri per prepararsi ad attaccare l'Occidente.
Per bloccarli, gli americani hanno varie opzioni: intensificare le operazioni degli aerei senza pilota, che hanno già consentito in passato la eliminazione di alcuni colonnelli di Al Qaeda; possono, una volta localizzati i campo di addestramento, bombardarli dal mare con i missili teleguidati; se otterranno il via libera del governo, possono anche affidare a forze speciali elitrasportate incursioni contro i nuclei di terroristi. Certo Petraeus farà il possibile per evitare l'invio di un corpo di spedizione permanente, ma la situazione nel Paese è talmente volatile che è difficile prevedere le conseguenze di un'offensiva: a nord è in atto la ribellione della tribù sciita Houti (che riceverebbe aiuti anche dall'Iran), a est sono all'opera guerriglieri che vogliono tornare a spaccare in due il Paese e lo stesso Saleh non è molto saldo in sella. Le consultazioni a Washington sul da farsi sono frenetiche, vedremo tra brevissimo cosa produrranno.
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