Fiat, obbligatorio obbedire al mercato

Non sembrano esservi alternative: se Termini non è competitivo allora non si può proseguire in condizioni economiche sostenibili la produzione di veicoli

È poco probabile che governo e sindacati riescano a convincere Fiat a salvare lo stabilimento di Termini Imerese o qualche grande operatore estero a intervenire. Marchionne ha già fatto capire che il destino dell'impianto siciliano non è più un problema del Lingotto. Ieri gli indiani di Tata, che pure hanno intensi rapporti d'affari con il gruppo torinese, hanno smentito ogni interesse. Nei giorni scorsi si erano già pronunciati i cinesi di Chery. Una verità emerge ormai in maniera evidente. Il futuro di Termini Imerese obbligato dalla concorrenza internazionale, dovrà obbedire al mercato prima che ai governi. E sarà bene che tutti lo ricordino mentre si discute di possibili vie d'uscita.
Gli stati, e tra questi l'Italia, possono attuare politiche industriali entro il recinto dei loro confini. Ma il mercato dell'auto, che era già globalizzato e lo sarà ancora di più dopo lo crisi, non ha nessuna intenzione di permettere alle imprese, in competizione serrata, di sottostare alle direttive industriali dei governi.
Non sembrano esservi alternative: se Termini Imerese non è competitivo, dato che ogni auto prodotta ne esce gravata da mille euro in più di costi, e questa assenza di competitività non sembra reversibile, allora non si può proseguire in condizioni economiche sostenibili la produzione di veicoli. Se si vuol salvare Termini bisogna partire da qui. Ogni altra considerazione è solo perdita di tempo.
In altri tempi, in particolare sino alla fine degli anni '70, il governo aveva potenti strumenti di persuasione economica. Per esempio gli incentivi finanziari diretti alla localizzazione in aree a minore sviluppo o le svalutazioni competitive, allora tanto di moda. Oggi i governi, vincolati dalla moneta unica e dall'antitrust europeo, possono mettere sul piatto solo incentivi ai consumatori, finalizzati alla sostituzione di veicoli vecchi e inquinanti. Sono poi i consumatori a scegliere a quali marche affidarsi.
Gli incentivi italiani alla rottamazione del 2009 hanno salvato il mercato dell’auto. L'anno si è chiuso sugli stessi livelli del precedente, e cioè con poco più di 2,1 milioni di immatricolazioni. L'intervento pubblico ha generato grandi cambiamenti nella composizione della domanda favorendo le prime due fasce di veicoli, cioè utilitarie e superutilitarie, e motorizzazioni alternative alle tradizionali diesel e benzina.
Questo è il quadro. Questo è il futuro. Su questi elementi bisognerà lavorare. Evitando la scorciatoia di contributi pubblici che, probabilmente, non passerebbero l'esame della Ue. Sicuramente non favorirebbero la costruzione di posti di lavoro stabile. Salvare la fabbrica è una priorità: ma a farlo non saranno i trucchetti della politica, né gli scioperi. Tanto meno i sindacati.

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