I messaggi di Napolitano

Il Capo dello Stato ha mandato segnali molto chiari a tutti i partiti, distribuendo encomi ma anche rimbrotti e richiamandoli a un maggiore senso della responsabilità

Di solito, quando il discorso di Capo d'anno è, come è avvenuto ieri, largamente condiviso da tutte le forze politiche (soltanto il solito Di Pietro ha trovato da ridire, intimando al presidente della Repubblica di non firmare leggi ad personam), i casi sono due: o contiene solo concetti abbastanza vaghi da non prestare alcun appiglio alle critiche, o è talmente condiviso dall'opinione pubblica che nessuno se la sente di dissociarsene e si limita a tirare l'acqua al suo mulino sottolineandone i punti più in sintonia con le proprie posizioni.
Il messaggio trasmesso la sera del 31 da Giorgio Napolitano appartiene senz'altro alla seconda categoria, ma con una particolarità: pur con il garbo che lo distingue, il Capo dello Stato ha mandato messaggi molto chiari a tutti i partiti, distribuendo encomi ma anche rimbrotti e richiamandoli senza perifrasi a un maggiore senso della responsabilità. Poiché alcuni di questi messaggi possono essere sfuggiti a chi ha ascoltato le parole del presidente con un orecchio solo, mentre era in altre faccende affaccendato, può essere utile enuclearli dal suo discorso e metterli a fuoco.
Anzitutto, il messaggio contiene alcuni importanti e non scontati elogi al governo. Contraddicendo quegli esponenti dell'opposizione e del sindacato che continuano a dire che l'esecutivo non ha fatto nulla per combattere la grande recessione, Napolitano ha sottolineato che "un grande sforzo è stato compiuto" contro la crisi e, accennando a "forti contrasti", ha implicitamente criticato chi non ha dato la sua piena collaborazione (un riferimento alle posizioni della CGIL?). Naturalmente, il presidente ha rilevato che non tutti hanno potuto beneficiare dell'operato governativo, e ha insistito sulla necessità di estendere gli ammortizzatori sociali anche alle categorie che oggi sono prive di protezione e di fare di più per aiutare i giovani, ma il suo tono conferma, nell'insieme, la valutazione sostanzialmente ottimistica che il governo dà della evoluzione della crisi. E allo stesso governo offre altri due riconoscimenti importanti, quello di condurre con "crescente successo" la lotta alla criminalità e quello di preparare una riforma fiscale attesa da tutti.
Poi ci sono le bacchettate, sia pure nello stile soft caro al presidente: una alla Lega (e a frazioni del Pdl), quando ha chiesto una migliore accoglienza per gli immigrati, ha messo in guardia contro razzismo e xenofobia e parlato di "odiose preclusioni". Una - molto esplicita - a Di Pietro e a certe frange della sinistra, quando ha invitato perentoriamente a "contenere anche nel linguaggio pericolose esasperazioni polemiche". Una un po' sotto traccia al governo, quando ha insistito sulla necessità di combattere "disuguaglianze e povertà" e di fare di più per il Mezzogiorno, cui secondo lui è legata la ripresa economica. Una alla società in generale, cui ha chiesto maggiore rispetto dei propri doveri, maggiore sobrietà negli stili di vita, più attenzione e fraternità nei rapporti con gli altri e un ripudio intransigente della violenza. Infine una ad personam, forse neppure voluta, ma ciò nondimeno molto chiara, a Pier Luigi Celli, il direttore della Luiss che un mese fa ha scritto una molto pubblicizzata lettera aperta al figlio, invitandolo a andarsene da un'Italia che non offre nulla ai giovani: una tesi che Napolitano contesta fortemente, invitando il Paese a investire di più in una risorsa fondamentale per il nostro avvenire.
Come tutti si aspettavano, il leitmotiv del discorso è stata la necessità di procedere al più presto con le riforme, che nella sua posizione il presidente vuole il più possibile condivise (nonostante la nascente polemica, innescata da Marcello Pera, che se mettono d'accordo tutti possono essere solo blandi compromessi). Egli rivendica di averle chieste - senza successo - già nel messaggio dello scorso anno, ammette che la Costituzione non solo può, ma in certi punti deve essere cambiata, e si tiene sul vago parlando della riforma più controversa, quella della Giustizia. Ma, soprattutto, Napolitano ha modulato il suo discorso sul ruolo che più gli piace, quello del conciliatore, dell'uomo che porta quella "serenità" di cui i cittadini hanno oggi gran bisogno. "È mio dovere" ha detto "sforzarmi di attenuare le tensioni della politica"; e bisogna riconoscere che, pur nei limiti impostigli dalla carica, fa davvero del suo meglio per raggiungere lo scopo.

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